La “Seconda Rassegna Napoli-Campania” del 1966

La stagione artistica napoletana si è riaperta in questi giorni con la «II Rassegna Napoli-Campania » al Padiglione Pompeiano della Villa Comunale: vi partecipano gli artisti aderenti alla Federazione Nazionale degli Artisti (C.G.I.L) – Sezione di Napoli. Si tratta quindi di una mostra sindacale con tutti i limiti di una mostra del genere a cominciare della assenza di un criterio di selezione critica. Sarebbe ingeneroso, tuttavia, affermare che manifestazioni siffatte non abbiano una loro utilità e che non rispondano a nessun impegno di ordine culturale: al contrario ogni mostra sindacaie, proprio per la larghezza delle partecipazioni, rappresenta un utile punto di riferimento sia per il critico che per il pubblico e gli stessi galleristi in quanto consente di cogliere la situazione a un livello, per così dire, primario e di veder spuntar fuori dal grigiore comune qualche nuovo temperamento. Da questo punto di vista la «sindacale» napoletana non presenta sorprese di grande rilievo, ma, a parte le conferme di artisti già noti e operanti da lungo tempo all’interno delle tendenze più vive dell’arte odierna in Italia, offre un ampio campo di osservazione sulle nuove forze artistiche napoletane e campane.
Non è facile dare un resoconto preciso della mostra in cui espongono ben ottanta artisti e tanto meno dire qualcosa di ognuno di essi: meglio accennare allora alle diverse tendenze e ai diversi problemi espressivi che emergono dalla manifestazione. Sotto questo aspetto mi pare che buona parte della mostra sia rappresentata da artisti operanti tuttora nel seno della tradizione pittorica del verismo ottocentesco da una parte e, dall’altra, di quella legata alla cultura novecentesca. Si tratta per lo più di pittori e scultori dotati di buone capacità tecniche, in grado cioè di mettere insieme una tavolozza senza sgarri, ma poco sensibili ai problemi di linguaggio affrontati dall’arte di questo dopoguerra in Italia e fuori. C’è poi un gruppo di giovani (e meno giovani) che mostra invece una volontà precisa di inserirsi in un discorso più aderente ai problemi espressivi attuali: si tratta per lo più di pittori operanti all’interno delle correnti della nuova figurazione di cui ripercorrono il cammino a partire dalle radici informali e in particolare da quelle derivanti dall’opera del pittore americano Gorky: la nuova figurazione degli artisti napoletani presenta perciò una chiara impronta organicista e in qualche caso assume più precisi riferimenti alla realtà esterna investendoli però di una carica emblematica e di suggestione magica.
Antonio Borrelli, Ciro De Falco, Crescenzo Del Vecchio, Gianni De Tara, Giuseppe Maranielio, Quintino Scolavino sono appunto alcuni degli artisti che si muovono in questa direzione con esiti diversi, probabilmente ancora problematici e discontinui, ma certamente degni di attenzione non fosse altro per il contenuto culturale che essi portano con sè.
Accanto a queste ricerche non mancano esempi di arte visuale, tra cui ricorderei la opera di Giannetto Bravi e di Luigi Pezzato, ed altri appartenenti alle correnti della figurazione oggettuale, imparentate alle tendenze pop. In questo settore meritano una particolare segnalazione le opere di Mathelda Balatresi, Vincenzo Ferrara e Clara Rezzuti.
Naturalmente sono presenti nella mostra anche alcuni artisti napoletani che hanno alle loro spalle una più lunga esperienza e che hanno già avuto più di un riconoscimento in campo nazionale: tra questi ricorderei in particolare De Vincenzo, De Stefano, Di Bello, Di Fiore, Jandolo, Lippi, Luca, Pirozzi, Pisani, Starita, Stefanucci, Waschimps.
Filiberto Menna

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