Ritratto della città di Napoli in Bolaffi Arte

Fossi un agente del fisco (ma non mi piacerebbe esserlo per ipotesi), mi applicherei a leggere la cronaca dei giornali napoletani in periodo estivo: fossi un critico d’arte (professione, suppongo, alquanto ingrata a esercitarla qui). mi divertirei a sfogliare i quotidiani locali nei musei di luglio e agosto. Che sono – in ossequio alla voga, o alla suggestione, e soggestione, del più o meno presunto benessere – i mesi del grande esodo; e sono quelli, anche, che più danno lavoro agli specialisti di furti in appartamenti vuoti, debitamente registrati dal paziente cronista della nera in attesa del suo turno di ferie. E così, indirettamente, si ha modo di scoprire che anche in questa imprevedibile città, per tanti aspetti sorda o meglio indifferente a certi fermenti, prospera in sotterranee e curiose forme il collezionismo d’arte.
E tuttavia, confessiamolo, a leggere i nomi degli autori delle tele trafugate a Napoli nell’assenza dei proprietari, c’è da sentirsi un po’ immalinconiti: perché la prima e la più ovvia considerazione che ne scaturisce, scorrendone la lista, è questa: che il napoletano, quanto a gusto artistico, è ancora solidamente abbarbicato a certe scuole e tendenze, e insomma ad una tradizione pittorica che non è più, oggi, o non è soltanto datata e superata, ma è addirittura, altrove, scomparsa, e vive solo in taluni sbocchi di facile e consapevole commercialità senza più interessare il mercato d’arte vero e proprio.
Per un Crisconìo, o più indietro, un Toma o un piccolo Palizzi o un acquerello di Gigante, di cui si legge che sono stati asportati nottetempo, quanti lrolli e de Corsi e Passero e La Bella, quanti, ancor meno conosciuti, numerosi epigoni del tramontato vedutismo locale.
Si leggono quei nomi, e si pensa per naturale associazione a vecchi saloni dorati incappucciati nelle federe bianche, dai pesanti lampassi sulle rorte a covare una penombra già di per sé invadente, dai cupi parati damascati, dai mastodontici lampadari illuminati appena in rare occasioni, e magari, nella realtà, questi quadri sono stati invece staccati dalle pareti neutre e “lavabili” di moderni funzionali appartamenti nei fabbricati ”per civili abitazioni” sorti a macchia d’olio, come giganteschi alvei, sulla collina di Posillipo o del Vomero.
Così, scomparsi i grossi collezionisti d’una volta, quelli che hanno legato, con le donazioni, i loro nomi a intere sale dei musei, e a parte qualche collezionista “segreto” (la splendida raccolta dei pillori del ‘600 e ‘700 in un appartamento alle spalle del parco Bivona, che presenta pareli gremite delle tele di Salvator Rosa e Luca Giordano, Micco Spadara e Solimena, Recco Ruoppolo Traversi e altri autori napoletani oltre alcuni veneti e dei preziosissimi olandesi). Il collezionismo, qui, meglio vive in certe sue curiose e solo all’apparenza minori manifestazioni d’arte: come i netzuké cinesi (stranieri e italiani) e le cui opere sono disseminate nei principali musei d’Europa e d’America, accoglie come la maggior ricompensa al suo lavoro la lode d’un collega come Ricci. O forse questo accade solo a Napoli? Certo, qui l’isolamento si sconta duramente, ma il rapporto umano vale ancora qualcosa, per fortuna. La scultrice Tullia Matania, se prepara una mostra o quando sperimenta nuove tecniche, chiama innanzitutto gli amici, per sentirsi approvare o disapprovare. Il suo studio è un poco un porto di mare, sempre ci trovi qualcuno di passaggio: o i giovani assistenti del marito, l’architetto Lello Salvatori, o padre Mario Casolaro che tutti conoscono come agguerritissimo critico cinematografico e gli happy few cominciano a conoscere come pittore di sognanti paesaggi o ancora Mario Pomilio (ch’è vicino di casa, d’altronde), con qualche altro amico scrittore.
E un altro porto di mare è lo studio di Giovanni Thermes e Marella Micheli Thermes su a via Manzoni (un’altra coppia di coniugi pittori). Nel loro studio trovi sempre un amico o una nuova conoscenza, e ti capita spesso d’incontrarci Mimmo Jodice, ormai inserito di diritto nella sparuta pattuglia dei fotografi-artisti che hanno qualcosa da dire, o il critico Antonio Palermo o Luisa Alberti Bosso o
l’ingegnere Mario Maresca presidente della sezione sorrentina di Italia Nostra. Si beve vino sardo, e i discorsi sono i più vari pur se, anche qui, ma è inevitabile, si discute sempre a un certo punto della solitudine cui è costretto un artista a Napoli. E se Thermes, a
riprova, può allegare la sua collaborazione di copertinista dei Penguin’s Books inglesi («quale editore mi ha mai chiamato a disegnare la copertina d’un libro italiano?»), noi potremmo ribattergli una controprova ancora più sconcertante e paradossale. Che a duecento metri dalla sua casa, in uno dei pochi vecchi intatti “casali” di via Manzoni, ha lo studio Elio Waschimps, e ancora, nonostante i numerosi amici comuni, i due artisti non si conoscono!
Elio Waschimps è d’una decina d’anni più giovane di Thermes. I suoi quadri, svolti tutti per cicli – il ciclo dell’uomo che si spoglia, o di Marat pugnalato nel bagno o di Mida e della contaminazione della natura – ci pongono di fronte a una piltura colta, filtrata attraverso
una macerazione interiore.
Waschimps insegna all’Istituto d’Arte, dove insegnano anche, fra gli altri, gli incisori Scarpati e Starita (fra i più notevoli di quelli neofigurativi), e Ruotolo, de Falco, Morelli, Cajati, e gli scultori Pezzato e Antonio Borrelli e Carmine Servino. Ed è forse quest’irruzione d’insegnanti giovani a dare meglio il senso di quell’innovamento che da qualche tempo circola qui nel mondo delle arti figurative: cosi come all’Accademia, da pochi mesi affidata alla direzione di Franco Mancini, già si respira un’aria più vivace.
Nei corridoi del vecchio istituto che Enrico Alvino ricavò dal monastero di San Giovanni delle Monache, nel grande cortile dove salgono verso il cielo i rami d’una magnolia centenaria e quelli, più antichi e sottilmente aerei, d’un albero di canfora, s’incontrano
insegnanti e allievi a discutere di problemi sindacali o d’arte con un fervore quasi nuovo. E puoi veder passare de Stefano e Spinosa, che hanno qui il loro studio oltre che calledra, cosi come ha studio e cattedra Augusto Perez, che fra gli scultori napoletani sembra prendere, per importanza e notorietà anche fuori d’Italia, il posto del vecchio Tizzano ormai a riposo nel suo eremo in collina (giunto ancora giovane ad una felice maturità) Perez fa un libero personale uso dei mezzi tradizionali sconvolgendoli per costruire figure immerse nello spazio e quasi creando nuovi spazi con esiti di raffinata suggestione: ma accanto a Perez metteremmo anche il più giovane Salvatore Cotugno, suo assistente, o soprattutto Raffaele Jandolo, i cui gladiatori e astronauti hanno una forza e una libertà che ricordano certi gloriosi classici, con un di più di lacerante e drammatica modernità). E puoi veder passare i più giovani Pone, Ruju, Lezoche, e Siciliano e d’ Auria e Siano e Risi, esponenti di quella neofigurazione che forse qui più che altrove trova la sua naturale sede, e nella quale le coppie moraviane di Oscar Pelosi portano un elemento di più letteraria e cruda evocazione.
Sì, a trascorrere una mattina in Accademia s’incontrano quasi tutti, giovani e meno giovani, gli artisti che lavorano a Napoli: legati fra di loro da amicizie interessi o anche rivalità e assetati dal bisogno di rompere un cerchio d’isolamento che diventa spesso soffocante:
cosi che basta un niente – anche la visita innocente di qualche inviato che viene a documentarsi per un articolo o un servizio fotografico inevitabilmente riassuntivi e lacunosi – a svegliare critiche, risentimenti, equivoci o speranze.
Perché siamo a Napoli, una città che si fa amare e in pari tempo respingere, e sollecita sempre, con le corde del sentimento, quelle della polemica, e verso la quale, in ogni caso, l’unico atteggiamento equivoco o retorico resta l’indulgenza, la mancanza di severità: qui, letteratura e arte e cultura s’incontrano in un giuoco d’interferenze ma senza fusioni, ciascuno resta alla propria solitudine di lavoratore che, soprattutto, deve vincere il controsenso di un ambiente il quale o crede soltanto alla poesia di un Leopardi, alla pittura di un Rosa, alla cultura di un Vico, o concede largo credito a spettacolosi mistificatori, e non dà cittadinanza agli operai indispensabili alla costruzione e all’immagine di una civiltà dello spirito.
Vengono a mente i versi di Raffaele Viviani citati da Brancaccio: è una diagnosi valida ancora oggi? Ahimè, temiamo proprio di si.
Michele Prisco

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