Riconoscere un Maestro

Ho conosciuto Antonio Borrelli a vent’anni (venti ne sono già passati).
La sua aula all’Accademia di Belle Arti era nel corridoio d’ingresso, sulla destra, dopo quella di Perez, e di fronte a quella di Zullo, scultore del marmo. Vi insegnava le Tecniche di fonderia, e i sacchi di scagliola e i calchi di sculture antiche sul pavimento non pareggiavano il bianco delle pareti spruzzate di calce viva, l’odore misto di cera e di gomma riscaldava l’ambiente. In fondo alla sala, su una pedana in legno oltre un paravento, lui stava in cattedra e ascoltava i ragazzi.
Portava al collo con ostentata disinvoltura un suo grande gioiello spaziale, che dilatava gli obiettivi del suo parlare conciso, scettico, preferibilmente napoletano. Mi presentai come suo nuovo allievo e dopo avermi chiesto ragione innanzi a tutti del mio italiano mi chiese di aiutarlo, nel pomeriggio e in quelli successivi, a finire le sculture per la mostra di Palazzo Reale, ormai imminente. La sua
franchezza mi disarmò, e del resto dopo gli studi classici ero deluso della inattesa astrattezza dei corsi accademici.
Nei quindici giorni successivi i pomeriggi si prolungarono fino a sera, alla notte, e alla mattina dopo, assieme ad altri allievi, a insegnanti dell’istituto d’arte e ad un ex marinaio di Santa Lucia. Lo studio, che coincideva con gli ambienti della chiesa sconsacrata della Solitaria, oltre le rampe del Largo di Palazzo, era ormai un’officina perpetua, e solo all’alba del giorno dell’inaugurazione Incontri e Composizione erano ultimati.
Provengo da una famiglia di artisti, ma è grazie a lui che l’arte ha smesso di appartenere al mondo delle intenzioni per entrare concretamente nella mia vita. Mi ha incoraggiato a prendere uno studio vicino al suo, e per una decina d’anni ho potuto aiutarlo a realizzare altre opere e progetti. Durante i miei esordi di pittore mi sono avvalso così di molti consigli discreti ed autorevoli, e di pareri dati con uno sguardo che dice tutto. La nostra amicizia è stata da subito familiare, condivisa con Diana, sua moglie, e con i figli Francesco ed Antonio Maria, che continua la tradizione artistica della famiglia. Quando il lavoro non offriva pretesti per incontrarci ci vedevamo a pranzo, o al bar per un caffè e una sigaretta. Con semplici accenni, tra una battuta e l’altra, mi ha fatto vedere di volta in volta la guerra e la fame successiva, la Cina e Napoli nel giorno in cui tornò, i suoi maestri Vetere e Tornai, la rispondenza in natura di
forma e funzione, la scultura dentro il suo calco vuoto, fino agli infiniti mondi possibili di Giordano Bruno.
Oggi ci vediamo meno spesso, a causa degli impegni fuori città del mio lavoro. In questo mi guida costantemente il suo esempio, fondamentale per conoscere e riconoscere l’arte come reale avanzamento oltre le prospettive critiche che la preparano e le dinamiche sociali che la consentono. So per certo che dalle opere che chiama spaziali parte un segnale destinato alle future generazioni non meno che alla sua.
Io che ho la fortuna di ammirarlo nel suo tempo approfitto di questa pagina perché tutta la mia stima e la mia gratitudine vi restino impresse.
Umberto Giacometti

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