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XVI Giornata del Contemporaneo

Antonio Borrelli: una forma di notevole eleganza

Borrelli nei primi anni sessanta vide aprirsi, con l’uso del ferro e della fiamma ossidrica, un nuovo campo di ricerche espressive. Con l’uso di frammenti di sottili lamiere, irregolari e largamente corrose, costruì, nel 1963, una scultura che rompeva decisamente con la precedente esperienza. L’opera, infatti, mentre metteva da parte ogni intenzione di adeguamento mimetico alla realtà esterna, presentava una struttura aperta, costituita essenzialmente dalla giunzione di due superfici di ferro, leggere e attraversate in molti punti dalla luce, simili a due ali librate nel volo. Non era propriamente la rappresentazione di un uccello, ma una forma di notevole eleganza e di sottile suggestione materica, con una sensazione di spinta ascensionale che evocava un’immagine di volo. Borrelli, con un risultato che ancora oggi appare di notevole qualità, si inseriva nell’area del materismo informale e in una posizione non lontana da quella di Ghermandi […] Da questo momento l’artista napoletano procede con sicurezza sulla sua strada: sceglie piastre , reticoli, tubi, tondini e frammenti d’ogni genere di ferro, li manipola, li aggrega e li salda con la fiamma ossidrica, lasciando in vista gli effetti di corrosione, le sbavature e i coaguli provocati da questa. Borrelli crea degli oggetti che non hanno tanto l’aspetto delle “macchine inutili” surrealiste, quanto di relitti di macchine provenienti da altri luoghi , oggetti un po’ misteriosi , che egli chiama appunto “relitti spaziali”, rendendo così nel titolo quella loro aria da fantascienza, da catastrofe interplanetaria o di reperti di un’archeologia del futuro […] lavori del ’64, esposti in parte nella Quadriennale romana dell’anno successivo rivelano con grande chiarezza come l’artista si sia rapidamente allontanato dalla iniziale ricerca di forme aperte e librate , rivolgendo , invece, la propria attenzione verso soluzioni di più solida tenuta volumetrica e non prive persino di una certa forza ponderale. Ma forse il rilievo più interessante è che alcuni di questi lavori lasciano affiorare l’interesse di Borrelli per il valore ritmico della forma , qui rilevabile nella disposizione tutt’altro che casuale di alcune serie di elementi che, sporgendo dalle superfici lisce delle lastre metalliche, non solo vi proiettano un nitido gioco di luci e ombre, ma sottolineano anche la scansione della forma nello spazio […].

Vitaliano Corbi in Napoliscultura, catalogo della mostra A&C, Napoli 1988

In quest’anno complesso, profondamente condizionato dall’emergenza pandemica, la Giornata del Contemporaneo assume una veste necessariamente diversa da quella tradizionale. Il conte­sto mutato a causa dell’emergenza Covid-19 ha richiesto una sospensione del format tradizionale della manifestazione e un’edizione aggiornata con variazioni che ne garantiscano lo svolgimento su un doppio binario online e offline, favorendo tutti i partecipanti a contribuire su entrambi i piani, se le condizioni sanitarie lo consentono, o su un piano unicamente digitale aderendo alla grande campagna di comunicazione con l’hashtag #giornatadelcontemporaneo.

Via della Solitaria, 39 – Napoli, dalle 12:00 alle 14:00 – cell. 3473536267

XV Giornata del Contemporaneo

Antonio Borrelli: artista microMEGA

Scultore di astratte forme imponenti o designer di piccoli, raffinati gioielli dai mobili meccanismi ad incastro, Antonio Borrelli ha costrnito la sua poetica nell’accezione del “saper fare”, in modo tale che mai l’ispirazione o la sensibilità prendessero il sopravvento sull’abilità. Il suo passare dalle megastrutture monumentali alle microstrutture delr oggetto d’uso o del gioiello è una particolarità unica nell’arte del Novecento: se volessimo trovare un precedente dovremmo rifarci all’epoca prerinascimentale e ad artisti c-0me Benvenuto Cellini. Nato orafo, pensando al gioiello, all’ornamento femminile, è stato sempre in grado di “pensare in grande”, senza difficoltà. Per questo la sua materia preferita è stata costantemente il metallo. Ha insegnato “metalli e oreficeria” all’Istituto d’Arte e “tecniche di fonderia” ali’ Accademia di Belle Arti, lasciando nei suoi studenti un ricordo indelebile. «Lavorando l’argento, l’oro e qualche volta il platino – racconta – ho acquisito grande padronanza. Partendo dalla forma di alcuni gioielli ho ricavato sculture anche di sei metri, e viceversa». Per quanto sia per sua natura sfuggente come tutte le definizioni, il tennine di artista micromega può descrivere la ragion d’essere e il travagliato percorso di chi si è posto il problema di una compiutezza formale che in qualche modo si affermasse oltre ne modalità di impiego dell’arte plastica e oltre il funzionamento dell’oggetto ornamentale.
Tutta la storia artistica di Antonio Borrelli è segnata da un· ansia intrinsecamente progettuale, da un “progetto di bellezza” che può esprimersi variamente, ma sempre in grado di suggerire l’aspirazione all’am1onia segreta delle cose, nella loro universale unicità…

Via della Solitaria, 39 – Napoli, dalle 12:00 alle 14:00 – cell. 3473536267

XI Giornata del Contemporaneo

Antonio Borrelli: homo faber

Dal corpo alla macchina, dalla natura alla fabbrica, dal disegno alla saldatura: raramente la biografia di un artista può dirsi, come nel caso di Antonio Borrelli, un vero e proprio cammino di homo faber.

Cos’altro è l’arte, a parte tutte le molte e diverse definizioni teoriche, se non un pensare facendo, cioè l’intelligente e faticosa manipolazione di pezzi della realtà, per inserire in essa pezzi nuovi, presenze inedite, la cui novità sia capace, accendendo nuovi stupori, d’indurre a nuovo pensare? Così Antonio comincia col disegnare la più naturale delle cose, il corpo umano, per arrivare a fabbricare la più tecnicamente fantasticata, la macchina di pesante metallo, non banalmente strumentale, ma inattesamente emozionante, la macchina inutile che attesta la leggerezza della mente libera.
Al di là delle ormai desuete ma a loro tempo significative retoriche dell’«impegno sociale e politico», l’autonomia della creatività si accompagna in Antonio con la sensibilità che spontaneamente dischiude all’attenzione e al rispetto per l’altro uomo. Perciò, se della sua arte il centro è la piena libertà della mai conclusa invenzione, della sua pratica di vita esso è l’amore.

Ne è segno infallibile l’ottimismo: non quello facile, da irresponsabile superficialità, ma l’impegnativo, da scrupolosa serietà dell’interiore interrogarsi, dal preliminare «bisogno di un’indagine introspettiva», come Antonio stesso confessa.
Tuttavia dell’amore, ossia della profonda fedeltà alla vita, la testimonianza più bella nella presenza pubblica è il rapporto con gli studenti.
Ancora una volta è Antonio che, con grande umiltà, come se non parlasse della sua diretta esperienza, dice: «Quando un maestro non instaura un rapporto – chiamiamolo pure ‘d’amore’ – con gli allievi, sbaglia».
O, più semplicemente, aggiungo io, non è un maestro come invece Antonio lo fu. Io lo conobbi personalmente solo in anni tardi. Mi colpirono subito, nell’artista del ferro e della fiamma ossidrica, la sorridente dolcezza dello sguardo e la garbata sobrietà del gesto, i connotati di un faber che era un poeta.
Aldo Masullo

In occasione della XI Giornata del Contemporaneo – amaci verranno messi in mostra
bozzetti e microprogetti delle opere dell’artista recentemente scomparso, incontrandosi presso la
scultura CONTINUUM, di Antonio Borrelli, donata alla città di Napoli.
SABATO 10 OTTOBRE 2015 – dalle ore 12:30 alle ore 14:00
Antonio Borrelli: homo faber
Piazzetta Salazar – 80132 Napoli
3473536267

X Giornata del Contemporaneo

Da Mario Franco, 2010: “Scultore di astratte forme imponenti o designer di piccoli, raffinati gioielli dai mobili meccanismi ad incastro, Antonio Borrelli ha costruito la sua poetica nell’accezione del ‘saper fare’, in modo tale che mai l’ispirazione o la sensibilita’ prendessero il sopravvento sull’abilita’. Il suo passare dalle megastrutture monumentali alle microstrutture dell’oggetto d’uso o del gioiello e’ una particolarita’ unica nell’arte del Novecento: se volessimo trovare un precedente dovremmo rifarci all’epoca prerinascimentale e ad artisti come Benvenuto Cellini. Nato orafo, pensando al gioiello, all’ornamento femminile, e’ stato sempre in grado di ‘pensare in grande’, senza difficolta’. Per questo la sua materia preferita e’ stata sempre il metallo”. “Lavorando l’argento, l’oro e qualche volta il platino – racconta – ho acquisito grande padronanza. Partendo dalla forma di alcuni gioielli ho ricavato sculture anche di sei metri, e viceversa”.
In occasione della X Giornata del Contemporaneo – amaci verranno messi in mostra bozzetti e microprogetti delle opere dell’artista recentemente scomparso.
SABATO 11 OTTOBRE 2013 – dalle ore 11:00 alle ore 13:00
Antonio Borrelli: Artista Micro Mega
Casa Atelier – Via della Solitaria, 39 – 80132 Napoli
3473536267

XIII Giornata del Contemporaneo

Antonio Borrelli: artista microMEGA

Allievo di Romolo Vetere e Ennio Tomai, dal 1955 lavora in Cina. Tornato a Napoli, completa gli studi all’ISA Palizzi, dove, subito dopo, riceve l’incarico di Docente nel Laboratorio di Metalli e Oreficeria e vi insegna per 19 anni. Nel 1977 gli viene conferita la Cattedra di Tecniche di Fonderia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove resta per 21 anni. La sua intensa e appassionata ricerca gli fa sperimentare vie espressive attraverso nuove tecniche di saldatura e si pone, già negli Anni ’60, all’avanguardia della scultura campana e nazionale, ricevendo, tra gli altri, nel 1967, il 1° Premio alla Biennale dell’Arte del Metallo di Gubbio. Scultore in continua ricerca, adotta negli Anni ’70 modalità astratto-geometriche e riporta in oreficeria la sua ricerca modulare partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. All’Ist. di Cultura Italiano di Stoccolma, nel 1979, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’Arte Orafa Italiana. Fa parte del Centro Orafo Nazionale ricevendo anche un Premio per la ricerca, dal MPI e alla Mostra Internazionale di Gioielli (Vicenza 1975).

Via della Solitaria, 39 – Napoli, dalle 12:00 alle 14:00 – cell. 3473536267

Relitto Spaziale in Piazzetta Salazar

Installazione di Antonio Borrelli e Gennaro Cedrangolo
presso
Liceo Artistico Statale “U. Boccioni – F. Palizzi)
Piazzetta D. Salazar, 6 – Napoli

Allievo di Romolo Vetere e Ennio Tomai ,dal 1955 lavora in Cina , tornato a Napoli completa gli studi all’ISA Palizzi ,dove, subito dopo, riceve l’incarico di Docente nel Laboratorio di Metalli e Oreficeria e vi insegna per 19 anni. Nel 1977 gli viene conferita la Cattedra di Tecniche di Fonderia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove resta per 21 anni. La sua intensa e appassionata ricerca gli fa sperimentare vie espressive attraverso nuove tecniche di saldatura e si pone, già negli anni ’60 , all’avanguardia della scultura campana e nazionale , ricevendo , tra gli altri, nel 1967, il 1° Premio alla Biennale dell’Arte del Metallo di Gubbio. Scultore in continua ricerca, adotta , negli anni ’70 modalità astratto-geometriche e riporta in oreficeria la sua ricerca modulare partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. All’Ist.di Cultura Italiano di Stoccolma , nel 1979, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’Arte Orafa Italiana. Fa parte del Centro Orafo Nazionale ricevendo anche un Premio per la ricerca , dal MPI e alla Mostra Internazionale di Gioielli (Vicenza 1975).
DPB

Continuum: installazione in piazzetta Salazar

Antonio Borrelli: homo faber
Dal corpo alla macchina, dalla natura alla fabbrica, dal disegno alla saldatura: raramente la biografia di un artista può dirsi, come nel caso di Antonio Borrelli, un vero e proprio cammino di homo faber.
Cos’altro è l’arte, a parte tutte le molte e diverse definizioni teoriche, se non un pensare facendo, cioè l’intelligente e faticosa manipolazione di pezzi della realtà, per inserire in essa pezzi nuovi, presenze inedite, la cui novità sia capace, accendendo nuovi stupori, d’indurre a nuovo pensare? Così Antonio comincia col disegnare la più naturale delle cose, il corpo umano, per arrivare a fabbricare la più tecnicamente fantasticata, la macchina di pesante metallo, non banalmente strumentale, ma inattesamente emozionante, la macchina inutile che attesta la leggerezza della mente libera.
Al di là delle ormai desuete ma a loro tempo significative retoriche dell’«impegno sociale e politico», l’autonomia della creatività si accompagna in Antonio con la sensibilità che spontaneamente dischiude all’attenzione e al rispetto per l’altro uomo. Perciò, se della sua arte il centro è la piena libertà della
mai conclusa invenzione, della sua pratica di vita esso è l’amore. Ne è segno
infallibile l’ottimismo: non quello facile, da irresponsabile superficialità, ma l’impegnativo, da scrupolosa serietà dell’interiore interrogarsi, dal preliminare
«bisogno di un’indagine introspettiva», come Antonio stesso confessa.
Tuttavia dell’amore, ossia della profonda fedeltà alla vita, la testimonianza più bella nella presenza pubblica è il rapporto con gli studenti.
Ancora una volta è Antonio che, con grande umiltà, come se non parlasse della sua diretta esperienza, dice: «Quando un maestro non instaura un rapporto – chiamiamolo pure ‘d’amore’ – con gli allievi, sbaglia».
O, più semplicemente, aggiungo io, non è un maestro come invece Antonio lo fu. Io lo conobbi personalmente solo in anni tardi. Mi colpirono subito, nell’artista del ferro e della fiamma ossidrica, la sorridente dolcezza dello sguardo e la garbata sobrietà del gesto, i connotati di un faber che era un poeta.
Aldo Masullo

Ipotesi spaziale di Antonio Borrelli donata al Museo del Novecento

Napoli. Castel Sant’Elmo. Ipotesi spaziale di Antonio Borrelli, recentemente scomparso, donata al Museo del Novecento.

Napoli, Castel Sant’Elmo – merc. 23 aprile 2014, ore 12:00

Fabrizio Vona, Soprintendente
Nino Daniele, Assessore alla cultura-Comune di Napoli

presentano

Ipotesi spaziale di Antonio Borrelli
Una nuova opera per il Museo del Novecento

Mercoledì 23 aprile 2014, alle ore 12.00 nel Salone delle sculture, verrà presentata la nuova acquisizione per la collezione del ‘Museo Novecento a Napoli 1910-1980: per un museo in progress’. Un’occasione anche per delineare, grazie al contributo scientifico di Maria Antonietta Picone, l’attività del maestro Antonio Borrelli, recentemente scomparso.
L’artista, nato a Napoli nel 1928, si forma nella sua città natale, non ancora ventenne, subito dopo la guerra, intraprende un’esperienza di due anni in Cina come disegnatore e decoratore, tornato a Napoli continua la sua formazione e, nei primi anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano.
Inizia la sua produzione scultorea, dapprima con un linguaggio figurativo e poi, a partire dagli anni 1962-63, orientandosi verso un’ espressione informale, con le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, partecipa a mostre di rilievo: nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, presenta proprio l’opera che viene donata in questa occasione, scelta dall’artista per rappresentare la sua attività nella collezione del Museo.
Nel 1977 insegna, per oltre venti anni all’Accademia di Belle Arti di Napoli, Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni . La produzione dell’artista ha spaziato da strutture monumentali a lavori di oreficeria per le quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti.
L’acquisizione dell’opera, grazie alla generosa donazione voluta dal maestro stesso prima della sua scomparsa e condivisa dalla moglie Diana Pezza Borrelli e dai figli, rientra nelle finalità del Museo che, come indicato nello stesso titolo in progress, è quella di accrescere la sua collezione, approfondendo l’attività artistica dei decenni, 1910-1980, già presenti nelle sale e inoltrandosi nella produzione degli anni ’80.
http://www.positanonews.it/articolo/135111/napoli-castel-sant-elmo-ipotesi-spaziale-di-antonio-borrelli-recentemente-scomparso-donata-al-museo-del-novecento

Donazione della scultura Ipotesi spaziale al Museo Novecento

Fabrizio Vona, Soprintendente, e Nino Daniele, Assessore alla cultura-Comune di Napoli, presentano “Ipotesi spaziale di Antonio Borrelli: una nuova opera per il Museo del Novecento”.

Mercoledì 23 aprile 2014, alle ore 12.00 nel Salone delle sculture, verrà presentata la nuova acquisizione per la collezione del ‘Museo Novecento a Napoli 1910-1980: per un museo in progress’. Un’occasione anche per delineare, grazie al contributo scientifico di Maria Antonietta Picone, l’attività del maestro Antonio Borrelli, recentemente scomparso.

L’artista, nato a Napoli nel 1928, si forma nella sua città natale, non ancora ventenne, subito dopo la guerra, intraprende un’esperienza di due anni in Cina come disegnatore e decoratore, tornato a Napoli continua la sua formazione e, nei primi anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano.

Inizia la sua produzione scultorea, dapprima con un linguaggio figurativo e poi, a partire dagli anni 1962-63, orientandosi verso un’ espressione informale, con le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, partecipa a mostre di rilievo: nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, presenta proprio l’opera che viene donata in questa occasione, scelta dall’artista per rappresentare la sua attività nella collezione del Museo.

Nel 1977 insegna, per oltre venti anni all’Accademia di Belle Arti di Napoli, Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni . La produzione dell’artista ha spaziato da strutture monumentali a lavori di oreficeria per le quali ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

L’acquisizione dell’opera, grazie alla generosa donazione voluta dal maestro stesso prima della sua scomparsa e condivisa dalla moglie Diana Pezza Borrelli e dai figli, rientra nelle finalità del Museo che, come indicato nello stesso titolo in progress, è quella di accrescere la sua collezione, approfondendo l’attività artistica dei decenni, 1910-1980, già presenti nelle sale e inoltrandosi nella produzione degli anni ’80.

Antonio Borrelli – Castel Sant’Elmo di Napoli

Presentazione della nuova acquisizione per la collezione del ‘Museo Novecento a Napoli 1910-1980: per un museo in progress’

Mercoledi’ 23 aprile 2014, alle ore 12 nel Salone delle sculture, viene presentata la nuova acquisizione per la collezione del ‘Museo Novecento a Napoli 1910-1980: per un museo in progress’. Un’occasione anche per delineare, grazie al contributo scientifico di Maria Antonietta Picone, l’attivita’ del maestro Antonio Borrelli, recentemente scomparso. L’artista, nato a Napoli nel 1928, si forma nella sua citta’ natale, non ancora ventenne, subito dopo la guerra, intraprende un’esperienza di due anni in Cina come disegnatore e decoratore, tornato a Napoli continua la sua formazione e, nei primi anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano. L’acquisizione dell’opera, grazie alla generosa donazione voluta dal maestro stesso prima della sua scomparsa e condivisa dalla moglie Diana Pezza Borrelli e dai figli, rientra nelle finalita’ del Museo che, come indicato nello stesso titolo in progress, e’ quella di accrescere la sua collezione, approfondendo l’attivita’ artistica dei decenni, 1910-1980, gia’ presenti nelle sale e inoltrandosi nella produzione degli anni
’80.
http://undo.net/it/mostra/175871

Condoglianze dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Roma, 27 febbraio 2014

Cara Diana,
la notizia della scomparsa di Antonio mi ha commosso e particolarmente toccato, facendomi tornare con la memoria a tempi anche lontani. Ne ricordo la multiforme attività di scultore e artista, l’appossionato impegno politico e sindacale, la sensibilità ai temi civili e sociali. Le sue opere restano significati testimonianza del contributo artistico e culturale che egli ha offerto a Napoli e al nostro paese.
A te e ai tuoi figli rivolgo l’espressione della mia affettuosa partecipazione e solidarietà.

Giorgio Napolitano

Antonio Borrelli (13 giugno 1928 – 11 febbraio 2014)

Nella sua casa napoletana, oggi, si è spento il Maestro Antonio Borrelli, tra l’amore della moglie Diana e dei figli Francesco Emilio e Antonio Maria.
Gli amici ed i parenti lo saluteranno domani, mercoledì 12 febbraio, ore 16:30, presso l’Associazione Oltre il Chiostro, nel Complesso Monumentale di Santa Maria La Nova. Scrive la moglie, Diana:

“Carissimi,
per la cerimonia di saluto ad Antonio di domani pomeriggio desidero informarvi che si dispensa dai fiori. Poiché Antonio ha sempre avuto in cuore la Pace, per chi lo desidera può devolvere quanto pensa ad una delle attività a cui Antonio ha sempre dato il suo contributo, il Premio Fraternità.”

Banca: IBAN IT 66 R 0760 1034 000000 92196898
Intestato a: Associazione Focus Focolari
Causale: Premio Fraternità

Conto Corrente Postale: 92196898
Intestato a: Associazione Focus Focolari
Indirizzo: Via Capodivilla, 13 – 80048 Sant’Anastasia (NA)
Causale: Premio Fraternità

Ricordo di un giusto

Il Maestro Antonio Borrelli, che ha lasciato questa terra due giorni fa, è stato salutato, ieri pomeriggio, dalla cara Diana, dai figli, dai parenti e dai tantissimi amici, con sobria e intensa partecipazione, in una cerimonia che, svoltasi all’interno della chiesa di Santa Maria La Nova, con un “rito” laico, ha ben sintetizzato un suo detto: “Sono cattolico non credente”. Un ossimoro? Nient’affatto! Un’espressione che ben si addiceva ad un uomo, ad un artista, radicato nei propri valori cattolici, ma con una propria e peculiare spiritualità di respiro universale che vedeva, percepiva nel cosmo, nella natura, una Presenza, una Forza, un’Energia, causa e fondamento dell’Esistere e della Vita. Una teologia del mondo, per usare un’espressione che ci è donata dal fertile incontro tra la spiritualità indiana e quella cristiana. Un deus sive natura, così come ci insegna il grande filosofo ebreo Spinoza. Il suo più grande insegnamento: la fedeltà alla propria coscienza che, come ci ricorda Papa Francesco, è di per sé una via di salvezza. Grazie Antonio.
Luciano Tagliacozzo,
Presidente AECNA

https://www.aecna.org

Condoglianze dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris

Cara Signora Borrelli,
Ho appreso, con tristezza, della grave scomparsa del Maestro Antonio Borrelli, artista poliedrico ed esponente di rilievo della cultura della nostra Città.
Avevamo festeggiato, nel giugno scorso, gli 85 anni del Maestro Borrelli, con una toccante e significativa cerimonia, – alla quale, purtroppo, mi fu impossibile intervenire e me ne rammarico – nella Sala della Giunta di Palazzo S. Giacomo, consegnandogli la medaglia della Città di Napoli, quale doveroso riconoscimento della sua fulgida attività artistica ed anche del suo instancabile impegno civile.
Desidero far giungere a Lei, alla Sua famiglia i sensi del mio profondo cordoglio e rasmetterLe le mie accorate ed affettuose condoglianze, nel ricordo commosso – a nome di Napoli e dei napoletani – del compianto Maestro Antonio Borrelli.
Un farte abbraccio
Luigi de Magistris

Un maestro e designer che lavora l’oro e l’argento

Scultore di astratte forme e gioielli raffinati ha attraversato il Novecento dalla bottega artigiana alla cattedra dell’Accademia fumando sigarette e bevendo caffè fino all’alba. Il rapporto con gli allievi è uno dei momenti più vivificanti, è scambievole. Quando si può dire ‘perdo qualcosa perdendo gli allievì vuol dire che l’insegnamento funziona
di MARIO FRANCO
Scultore di astratte forme imponenti o designer di piccoli, raffinati gioielli dai mobili meccanismi ad incastro, Antonio Borrelli ha costruito la sua poetica nell’accezione del “saper fare”, in modo tale che mai l’ispirazione o la sensibilità prendessero il sopravvento sull’abilità.
Il suo passare dalle megastrutture monumentali alle microstrutture dell’oggetto d’uso o del gioiello è una particolarità unica nell’arte del secolo passato, il Novecento. Per quanto sia per sua natura sfuggente come tutte le definizioni, il termine di artista micromega può descrivere la ragion d’essere e il travagliato percorso di Antonio Borrelli, che si è posto il problema di una compiutezza formale oltre le modalità di impiego dell’arte plastica e dell’oggetto ornamentale: “Lavorando l’argento, l’oro e qualche volta il platino – racconta – ho acquisito grande padronanza. Partendo dalla forma di alcuni gioielli ho ricavato sculture anche di sei metri, e viceversa”.
Nato nel 1928, Borrelli entra giovanissimo in una bottega d’orafo. Pensando al gioiello, all’ornamento femminile, è stato poi in grado di “pensare in grande”, senza difficoltà: “È importante l’apprendimento di certe tecniche e percorsi, che sono anche mentali – chiarisce lo scultore -, tipico del giovane che una volta frequentava la bottega orafa, come avveniva nel Rinascimento, e dopo faceva anche lo scultore. L’artista modellava l’opera e la trasportava fino alla fusione e alla cesellatura, cioè faceva tutto il cammino, mentre ora si è tutto frammentato”.
La sua storia artistica è stata segnata da un’ansia intrinsecamente progettuale in grado di suggerire l’aspirazione all’armonia segreta delle cose, nella loro universale unicità. Questa sorta di metafisica panteista, secondo la quale ogni opera umana testimonia un ordine superiore, è stata interpretata come mistica “orientale”.
Il termine fu usato per la prima volta da Paolo Ricci, presentando in mostra il lavoro di Antonio Borrelli di ritorno dalla Cina.
“In realtà il mio viaggio a Hong Kong avvenne quasi per caso – chiarisce l’artista -. Da ragazzo, per sbarcare il lunario mi ero messo a fare le “fantasie” per i guanti. Il mio datore di lavoro, un ebreo australiano di origine ungherese, si era trovato così bene con me, che faceva di tutto per non perdermi. Allora, Napoli era una piazza famosa in tutto il mondo per la manifattura dei guanti e molti industriali cominciarono a corteggiarmi per farmi passare con loro. Il datore di lavoro australiano se ne accorse e, per allontanarmi dalle tentazioni di cambiare laboratorio, mi propose di andare a Hong Kong, dove, proprio in quella stagione, stava per aprire una fabbrica di guanti. Io ero molto molto giovane e l’idea di un’avventura in un paese così lontano mi entusiasmò non poco. E in poco tempo avemmo grande successo, la fabbrica produceva a pieno ritmo e le commesse aumentavano. Allora il mio capo ebbe l’idea di raddoppiare le unità lavorative della fabbrica, soppalcandola: “tanto i cinesi sono piccoli”, sosteneva. Io rimasi veramente indignato e decisi di andarmene. Cosa è rimasto nei miei lavori dell’esperienza ad Hong Kong? Qualcosa nel mio gusto per il designer e una certa qualità che potremmo chiamare pittorica. Ho praticato gli smalti a fuoco, immediatamente dopo il ritorno dalla Cina, che finora non ho mai esposto”.
Di ritorno a Napoli, Antonio Borrelli completa gli studi presso l’Istituto d’Arte Palizzi e quasi subito riceve un incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli.
“Per me fu la realizzazione di un sogno”, dice lo scultore, per il quale l’insegnamento, la formazione dei giovani, è sempre stata vissuta con passione. Ha lasciato nei suoi allievi un ricordo profondo; con molti mantiene ancora un rapporto stretto d’amicizia. “È importante avere un bel rapporto con gli studenti, trasmettere competenza tecnica e amore per la ricerca – spiega – ed é fondamentale il piacere di stare insieme, perché non è facile lavorare notte e giorno. Quando, infatti, per la fusione accendi il forno, devi seguire tutto il percorso per arrivare dalla cera alla forma. Il forno resta acceso tutta la notte e ci vuole chi si cura del fuoco: se non c’è passione e piacere non c’è neanche il risultato. Ricordo alcune nottate passate nel mio studio nella Chiesa della Solitaria, sconsacrata. Fumando sigarette e bevendo caffè, si discuteva d’arte e di politica e si finiva col fare l’alba”.
Nel 1977 Borrelli lascia l’Istituto Palizzi ed accetta la Cattedra di Tecniche di fonderia e fusione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. L’Accademia partenopea andava rinnovandosi, introducendo nuovi insegnamenti. Borrelli porta in Accademia le sue competenze e il suo entusiasmo, ritrovando, inoltre, alcuni degli studenti provenienti dal Palizzi.
“Il rapporto con gli allievi è rimasto per me uno dei momenti più vivificanti. Con gli studenti c’è un rapporto scambievole. Quando si può dire “perdo qualcosa perdendo gli allievi” vuol dire che l’insegnamento funziona…”.
Intanto, intorno agli anni sessanta, Antonio Borrelli ha abbandonato quasi del tutto la scultura tradizionale per utilizzare la tecnica della saldatura ossiacetilenica, con il cannello di ossigeno e di acetilene. Con questa tecnica, crea oggetti indecifrabili, residui fantascientifici, scarti di una lontana catastrofe interplanetaria, reperti di una archeologia del futuro, che chiama “Ipotesi Spaziali” o “Relitti Spaziali”.
Erano gli anni della conquista dello spazio, della guerra fredda, della paura dell’atomica. Le modalità espressive si adeguavano a cambiamenti epocali. Ma queste sculture “informali”, nate in uno scenario al limite del disastro, producono nuove consapevolezze tecniche, nuove iconografie simboliche. Il lavoro successivo di Borrelli fissa alcuni stilemi che, affiorati nella sperimentazione ossiacetilenica, diventano una costante nella successiva produzione di opere dove l’infrazione spiazzante, le opposizioni spaziali, la moltiplicazione semantica, sono elementi strutturali che permeano in profondità una concezione moderna del design. Le sue sculture acquistano una metodologia progettuale all’altezza di una nuova contemporaneità.

http://ivoltidinapoli-napoli.blogautore.repubblica.it/2010/10/10/antonio-borrelli/

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Ci lascia lo scultore Antonio Borrelli

Il Professore Antonio Borrelli, artista che ha illustrato la nostra città attraverso le sue sculture e bassorilievi, e una preziosa attività didattica, è repentinamente scomparso.

Il Comitato civico 1^ Municipalità partecipa con affetto al dolore dei familiari, in particolare della Moglie Diana, (presidente dell’Associazione “Plebiscito e dintorni”) e nostra carissima amica.

Alle ore 16,30 di oggi la famiglia saluterà il Maestro presso il Complesso Monumentale di Piazza Santa Maria la Nova, n.44.

Napoli 12 febbraio 2014
la presidente Clelia Modesti

11/2/2014 ci lascia lo scultore Antonio Borrelli

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Addio ad Antonio Borrelli scultore orafo e disegnatore

Addio ad Antonio Borrelli, scultore, orafo e disegnatore.
Aveva attraversato con passione tutti i fermenti artistici e politici del ‘900 e fatto parte della commissione cultura del Pci.
Si è spento a Napoli lo scultore, orafo e disegnatore Antonio Borrelli, classe 1928, aveva attraversato con passione tutti i fermenti artistici e politici del ‘900. A darne l’annuncio il figlio Francesco Emilio, i funerali con rito laico si terranno questo pomeriggio, mercoledì 12 febbraio alle 16,30 presso il complesso monumentale di piazza Santa Maria La Nova.
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Una vita tra l’arte, l’insegnamento all’Accademia di Belle Arti di Napoli e lo slancio etico per la politica. Non ancora ventenne, subito dopo la guerra, aveva cominciato la sua avventura in Cina come disegnatore e decoratore tornato a Napoli continua la sua formazione all’istituto d’Arte Palizzi prima come allievo, poi come maestro orafo e scultore e successivamente con la cattedra all’Accademia di Belle Arti dove ha insegnato per 21 anni.
LE OPERE – Tra le sue opere gli Arredi per S. Maria della Consolazione a Posillipo (oggi completamente smantellata) e, nel 1976/77, una grande scultura per il Circolo Didattico Villanova a Napoli, e opere di amore per l’Arte antica, quali il restauro del Tabernacolo del ‘600 della Basilica di Piedigrotta e la fusione in bronzo delle piastrelle di avorio del Duomo di Salerno (di cui aveva fatto i calchi negli anni giovanili), altri lavori pubblici, alla cattedrale di Venosa (1989-90) e per il Palazzo di Giustizia di Palmi (1997) Borrelli conduce anche un’attività di medaglista oltre che di orafo (tra gli altri, l’incarico nel 1961 per una medaglia celebrativa in onore di Amedeo Maiuri e, nel 1992, per una medaglia al Pontefice Giovanni Paolo II).
LA POLITICA – L’impegno e la passione anche per la politica portarono Antonio Borrelli a far parte della Commissione culturale del PCI e ad occuparsi come segretario nazionale della Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL. Dopo aver lasciato l’insegnamento all’ Accademia nel 1988, ha proseguito la sua attività artistica nel suo atelier napoletano alle spalle di Piazza del Plebiscito. Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.
Rocco Sessa, Corriere del Mezzogiorno

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2014/12-febbraio-2014/addio-ad-antonio-borrelli-scultore-orafo-disegnatore–2224062696785.shtml

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/fotogallery/campania/2014/02/funerali_borrelli/scultore-orafo-antonio-borrelli-2224063559531.shtml

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Funerali laici per Antonio Borrelli scultore napoletano

Martedì nella sua casa napoletana si è spento il Maestro Antonio Borrelli tra l’amore della moglie Diana e dei figli Francesco Emilio e Antonio Maria.
Gli amici ed i parenti lo hanno salutato mercoledì durante un funerale laico ,espressamente richiesto dall’ artista, presso il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, ricordando episodi della vita personale ed artistica del Maestro.
Antonio Borrelli nasce a Napoli, il 13 giugno 1928.
Da ragazzo, inizia – assieme al fratello – una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla, iscritto alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere.
Nel 1955, interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, un’importante industria tessile della Mercedes Benz.
Al ritorno dalla Cina completa gli studi e subito dopo riceve l’incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi, che nel 2006 lo ha premiato con il Premio Palizzi e, nella sua Quadreria, è esposta una sua opera, Ipotesi Spaziale. Impegnato, come sempre, in politica, viene chiamato a far parte della Commissione culturale del PCI.
Agli inizi degli anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano, dove è amico, tra gli altri, di Perez, P. Ricci, Pezzato, Gaetaniello, Barisani, e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso linguaggi informali.
Le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II Biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967).
Borrelli conduce anche un’attività di medaglista (ricordiamo, tra gli altri, l’incarico nel 1961 per una medaglia celebrativa in onore di Amedeo Maiuri e, nel 1992, per una medaglia al Pontefice Giovanni Paolo II) e di orafo. Riporta in oreficeria la sua ricerca modulare, partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. Nel 1979, all’Istituto di Cultura Italiana di Stoccolma, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’arte orafa italiana. Entra nel Centro Orafo Nazionale.
A partire dagli anni Sessanta, mentre si intensificano le opere di arredo pubblico (tra cui, nel 1971-72, gli Arredi per S. Maria della Consolazione a Posillipo (oggi completamente smantellata) e, nel 1976/77, una grande scultura per il Circolo Didattico Villanova a Napoli, e opere di amore per l’Arte antica, quali il restauro del Tabernacolo del ‘600 della Basilica di Piedigrotta e la fusione in bronzo delle piastrelle di avorio del Duomo di Salerno (di cui aveva fatto i calchi negli anni giovanili).
La ricerca dello scultore adotta modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria (dove riceve vari inviti e riconoscimenti in rassegne qualificate, in Italia e all’estero) e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno “integrale” di progettualità artistica, basato sullo studio di soluzioni modulari ripetibili in varia scala.
Nel 1972, sposa Diana Pezza, da cui avrà due figli: il primo, Francesco Emilio, giornalista impegnato nel sociale; il secondo, Antonio Maria, artista e docente.
Nel corso degli anni Settanta, Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, come segretario nazionale del Sindacato.
Nel 1977, gli è conferita la Cattedra di “Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni”, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnando per 21 anni a intere generazioni di studenti, ai quali ha saputo testimoniare passione, competenza, amore per la ricerca. Una sua scultura in ferro cadmiato (Relitto spaziale) è nella Pinacoteca dell’Accademia.
Gli anni Ottanta e Novanta proseguono nell’impegno didattico e nella ricerca astratto-geometrica, estrinsecata pure in vari lavori pubblici, come quelli per la cattedrale di Venosa (1989-90) e per il Palazzo di Giustizia di Palmi (1997).
Dal 1998, prende congedo dall’insegnamento in Accademia, proseguendo però l’attività artistica nel suo atelier napoletano alle spalle di Piazza del Plebiscito.
Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.
Nel 2013 per i suoi 85 anni la città di Napoli gli ha reso onore con una cerimonia in palazzo San Giacomo consegnandogli una medaglia ed una targa a testimonianza della grande opera di un artista e un maestro che ha saputo coniugare ed intrecciare egregiamente arte, insegnamento e vita.

http://www.laprovinciaonline.info/Funerali-laici-per-lo-scultore.html

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Si è spento Antonio Borrelli orafo e scultore

L’artista ha donato alla città di Benevento la sua opera monumentale “Incontri”, collocata all’ingresso di Palazzo Mosti. La miniatura di “Incontri” è, fino alla VI edizione 2013, il “Premio” da donare, insieme alle Medaglie di rappresentanza del Presidente della Repubblica, alle persone fisiche o giuridiche che si sono distinte per la fraternità vissuta nei dialoghi: nell’arte, nella cultura, nella politica, nel dialogo interreligioso.
Il Comitato Organizzatore della VII edizione del Premio Fraternità saluta Antonio e vorrebbe che, in qualche modo, lo facesse anche la nostra città.Antonio BorrelliAntonio Borrelli nasce a Napoli nel 1928 e fin da ragazzo conosce l’apprendistato di orafo. Frequenta l’istituto Statale d’Arte, ma a 15 anni è costretto a interrompere gli studi per l’incalzare della guerra. Lo vediamo giovanissimo in una città sconvolta dal dolore e dalla miseria nella ricerca di un’occupazione. Con la fine delle ostilità belliche riprende gli studi e organizza un laboratorio artistico di design.Sono gli anni 50 e la piaga della disoccupazione caratterizza la realtà meridionale che procede con fatica nella strada della ricostruzione. Borrelli è catturato dall’impegno sociale del PCI, per il quale si trova coinvolto nelle storiche agitazioni, conoscendo anche l’esperienza del carcere. Le sue doti di designer gli offrono nel1955 la possibilità di lavorare in Cina per tre anni.
È l’incontro con una civiltà ricca culturalmente che inciderà sul suo futuro sviluppo artistico: avvertirà sempre l’esigenza di portare alla sintesi espressiva visioni culturali diverse, proiettandosi continuamente in ricerche spazio-strutturali nuove e indirizzandosi verso la scultura metallica. Dopo un primo periodo di insegnamento presso l’istituto d’Arte di Napoli nel1978 è chiamato a insegnare Tecnica della fusione presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli.

Convinto assertore di un’arte che non sia asservita al mercato, indirizza tutto il suo percorso verso la purezza espressiva. “Purezza espressiva che non va confusa assolutamente con l’utilità. Voler ridurre l’uomo ad un essere utilitaristico e consumistico è una grande aberrazione. La grande sfida che l’arte pone alla società attuale passa proprio per il recupero della purezza espressiva.”

Il suo impegno all’Accademia, in un rapporto di grande apertura con i giovani studenti, sottolinea proprio questa necessità di sottrarre l’arte alla produttività, al profitto, al consumo per aiutare l’uomo a scoprire il bello che l’opera d’arte deve rappresentare. Inoltre da anni lui, di convinzioni non religiose ha portato avanti un’esperienza di dialogo fraterno e costruttivo con persone di convinzioni religiose, convinto che, solo nel dialogo rispettoso delle diversità e nella coesistenza pacifica delle varie culture, l’umanità può avanzare verso un futuro di pace

Vari i riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero tra i quali il Premio del Ministero della Pubblica Istruzione per la ricerca artistica e il Premio Palizzi nel 2005.

http://www.tvsette.net/cultura_e_spettacolo/20140212/59775_si___spento_antonio_borrelli__orafo_e_scultore_premio_fraternit__citt__di_benevento_2009_.html

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Cordoglio per la scomparsa dell’orafo Antonio Borrelli

Si è spento Antonio Borrelli, orafo e scultore Premio Fraternità città di Benevento del 2009. L’artista ha donato a Benevento la sua opera monumentale “Incontri”, collocata all’ingresso di Palazzo Mosti. La miniatura di “Incontri” è, fino alla VI edizione 2013, il “Premio” da donare, insieme alle Medaglie di rappresentanza del Presidente della Repubblica, alle persone fisiche o giuridiche che si sono distinte per la fraternità vissuta nei dialoghi: nell’arte, nella cultura, nella politica, nel dialogo interreligioso. Il Comitato Organizzatore della VII edizione del Premio Fraternità saluta Antonio.

http://www.ilquaderno.it/cordoglio-scomparsa-orafo-antonio-borrelli-92923.html

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È morto Antonio Borrelli 85 anni orafo e scultore

Premio Fraternità – Città di Benevento: è morto Antonio Borrelli.

Si è spento Antonio Borrelli, orafo e scultore. Premio Fraternità città di Benevento 2009.

L’artista ha donato alla città di Benevento la sua opera monumentale “Incontri”, collocata all’ingresso di Palazzo Mosti.
La miniatura di “Incontri” è, fino alla VI edizione 2013, il “Premio” da donare, insieme alle Medaglie di rappresentanza del Presidente della Repubblica, alle persone fisiche o giuridiche che si sono distinte per la fraternità vissuta nei dialoghi: nell’arte, nella cultura, nella politica, nel dialogo interreligioso.
Il Comitato Organizzatore della VII edizione del Premio Fraternità saluta Antonio e vorrebbe che, in qualche modo, lo facesse anche la nostra città.
Antonio Borrelli nasce a Napoli nel 1928 e fin da ragazzo conosce l’apprendistato di orafo. Frequenta l’istituto Statale d’Arte, ma a 15 anni è costretto a interrompere gli studi per l’incalzare della guerra. Lo vediamo giovanissimo in una città sconvolta dal dolore e dalla miseria nella ricerca di un’occupazione. Con la fine delle ostilità belliche riprende gli studi e organizza un laboratorio artistico di design.
Sono gli anni 50 e la piaga della disoccupazione caratterizza la realtà meridionale che procede con fatica nella strada della ricostruzione. Borrelli è catturato dall’impegno sociale del PCI, per il quale si trova coinvolto nelle storiche agitazioni, conoscendo anche l’esperienza del carcere. Le sue doti di designer gli offrono nel1955 la possibilità di lavorare in Cina per tre anni.
E’ l’incontro con una civiltà ricca culturalmente che inciderà sul suo futuro sviluppo artistico: avvertirà sempre l’esigenza di portare alla sintesi espressiva visioni culturali diverse, proiettandosi continuamente in ricerche spazio-strutturali nuove e indirizzandosi verso la scultura metallica. Dopo un primo periodo di insegnamento presso l’istituto d’Arte di Napoli nel1978 è chiamato a insegnare Tecnica della fusione presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli.
Convinto assertore di un’arte che non sia asservita al mercato, indirizza tutto il suo percorso verso la purezza espressiva. “Purezza espressiva che non va confusa assolutamente con l’utilità. Voler ridurre l’uomo ad un essere utilitaristico e consumistico è una grande aberrazione. La grande sfida che l’arte pone alla società attuale passa proprio per il recupero della purezza espressiva.”
Il suo impegno all’Accademia, in un rapporto di grande apertura con i giovani studenti, sottolinea proprio questa necessità di sottrarre l’arte alla produttività, al profitto, al consumo per aiutare l’uomo a scoprire il bello che l’opera d’arte deve rappresentare. Inoltre da anni lui, di convinzioni non religiose ha portato avanti un’esperienza di dialogo fraterno e costruttivo con persone di convinzioni religiose, convinto che, solo nel dialogo rispettoso delle diversità e nella coesistenza pacifica delle varie culture, l’umanità può avanzare verso un futuro di pace
Vari i riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero tra i quali il Premio del Ministero della Pubblica Istruzione per la ricerca artistica e il Premio Palizzi nel 2005.

http://www.vip.it/e-morto-antonio-borrelli-85-anni-orafo-e-scultore-premio-fraternita-citta-di-benevento-2009/

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Funerali laici per Antonio Borrelli scultore

Martedì nella sua casa napoletana si è spento il Maestro Antonio Borrelli tra l’amore della moglie Diana e dei figli Francesco Emilio e Antonio Maria.
Gli amici ed i parenti lo hanno salutato mercoledì durante un funerale laico ,espressamente richiesto dall’ artista, presso il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, ricordando episodi della vita personale ed artistica del Maestro.
Antonio Borrelli nasce a Napoli, il 13 giugno 1928.
Da ragazzo, inizia – assieme al fratello – una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla, iscritto alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere.
Nel 1955, interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, un’importante industria tessile della Mercedes Benz.
Al ritorno dalla Cina completa gli studi e subito dopo riceve l’incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi, che nel 2006 lo ha premiato con il Premio Palizzi e, nella sua Quadreria, è esposta una sua opera, Ipotesi Spaziale. Impegnato, come sempre, in politica, viene chiamato a far parte della Commissione culturale del PCI.
Agli inizi degli anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano, dove è amico, tra gli altri, di Perez, P. Ricci, Pezzato, Gaetaniello, Barisani, e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso linguaggi informali.
Le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II Biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967).
Borrelli conduce anche un’attività di medaglista (ricordiamo, tra gli altri, l’incarico nel 1961 per una medaglia celebrativa in onore di Amedeo Maiuri e, nel 1992, per una medaglia al Pontefice Giovanni Paolo II) e di orafo. Riporta in oreficeria la sua ricerca modulare, partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. Nel 1979, all’Istituto di Cultura Italiana di Stoccolma, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’arte orafa italiana. Entra nel Centro Orafo Nazionale.
A partire dagli anni Sessanta, mentre si intensificano le opere di arredo pubblico (tra cui, nel 1971-72, gli Arredi per S. Maria della Consolazione a Posillipo (oggi completamente smantellata) e, nel 1976/77, una grande scultura per il Circolo Didattico Villanova a Napoli, e opere di amore per l’Arte antica, quali il restauro del Tabernacolo del ‘600 della Basilica di Piedigrotta e la fusione in bronzo delle piastrelle di avorio del Duomo di Salerno (di cui aveva fatto i calchi negli anni giovanili).
La ricerca dello scultore adotta modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria (dove riceve vari inviti e riconoscimenti in rassegne qualificate, in Italia e all’estero) e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno “integrale” di progettualità artistica, basato sullo studio di soluzioni modulari ripetibili in varia scala.
Nel 1972, sposa Diana Pezza, da cui avrà due figli: il primo, Francesco Emilio, giornalista impegnato nel sociale; il secondo, Antonio Maria, artista e docente.
Nel corso degli anni Settanta, Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, come segretario nazionale del Sindacato.
Nel 1977, gli è conferita la Cattedra di “Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni”, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnando per 21 anni a intere generazioni di studenti, ai quali ha saputo testimoniare passione, competenza, amore per la ricerca. Una sua scultura in ferro cadmiato (Relitto spaziale) è nella Pinacoteca dell’Accademia.
Gli anni Ottanta e Novanta proseguono nell’impegno didattico e nella ricerca astratto-geometrica, estrinsecata pure in vari lavori pubblici, come quelli per la cattedrale di Venosa (1989-90) e per il Palazzo di Giustizia di Palmi (1997).
Dal 1998, prende congedo dall’insegnamento in Accademia, proseguendo però l’attività artistica nel suo atelier napoletano alle spalle di Piazza del Plebiscito.
Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.
Nel 2013 per i suoi 85 anni la città di Napoli gli ha reso onore con una cerimonia in palazzo San Giacomo consegnandogli una medaglia ed una targa a testimonianza della grande opera di un artista e un maestro che ha saputo coniugare ed intrecciare egregiamente arte, insegnamento e vita.

http://www.forumitalia.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2786%3Afunerali-laici-per-lo-scultore-napoletano-antonio-borrelli-che-si-e-spento-a-napoli-martedi-scorso&catid=1%3Aultime&Itemid=50

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Funerali laici per lo scultore Antonio Borrelli

Martedì nella sua casa napoletana si è spento il Maestro Antonio Borrelli tra l’amore della moglie Diana e dei figli Francesco Emilio e Antonio Maria.
Gli amici ed i parenti lo hanno salutato mercoledì durante un funerale laico ,espressamente richiesto dall’ artista, presso il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, ricordando episodi della vita personale ed artistica del Maestro.
Antonio Borrelli nasce a Napoli, il 13 giugno 1928.
Da ragazzo, inizia – assieme al fratello – una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla, iscritto alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere.
Nel 1955, interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, un’importante industria tessile della Mercedes Benz.
Al ritorno dalla Cina completa gli studi e subito dopo riceve l’incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi, che nel 2006 lo ha premiato con il Premio Palizzi e, nella sua Quadreria, è esposta una sua opera, Ipotesi Spaziale. Impegnato, come sempre, in politica, viene chiamato a far parte della Commissione culturale del PCI.
Agli inizi degli anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano, dove è amico, tra gli altri, di Perez, P. Ricci, Pezzato, Gaetaniello, Barisani, e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso linguaggi informali.
Le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II Biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967).
Borrelli conduce anche un’attività di medaglista (ricordiamo, tra gli altri, l’incarico nel 1961 per una medaglia celebrativa in onore di Amedeo Maiuri e, nel 1992, per una medaglia al Pontefice Giovanni Paolo II) e di orafo. Riporta in oreficeria la sua ricerca modulare, partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. Nel 1979, all’Istituto di Cultura Italiana di Stoccolma, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’arte orafa italiana. Entra nel Centro Orafo Nazionale.
A partire dagli anni Sessanta, mentre si intensificano le opere di arredo pubblico (tra cui, nel 1971-72, gli Arredi per S. Maria della Consolazione a Posillipo (oggi completamente smantellata) e, nel 1976/77, una grande scultura per il Circolo Didattico Villanova a Napoli, e opere di amore per l’Arte antica, quali il restauro del Tabernacolo del ‘600 della Basilica di Piedigrotta e la fusione in bronzo delle piastrelle di avorio del Duomo di Salerno (di cui aveva fatto i calchi negli anni giovanili).
La ricerca dello scultore adotta modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria (dove riceve vari inviti e riconoscimenti in rassegne qualificate, in Italia e all’estero) e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno “integrale” di progettualità artistica, basato sullo studio di soluzioni modulari ripetibili in varia scala.
Nel 1972, sposa Diana Pezza, da cui avrà due figli: il primo, Francesco Emilio, giornalista impegnato nel sociale; il secondo, Antonio Maria, artista e docente.
Nel corso degli anni Settanta, Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, come segretario nazionale del Sindacato.
Nel 1977, gli è conferita la Cattedra di “Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni”, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnando per 21 anni a intere generazioni di studenti, ai quali ha saputo testimoniare passione, competenza, amore per la ricerca. Una sua scultura in ferro cadmiato (Relitto spaziale) è nella Pinacoteca dell’Accademia.
Gli anni Ottanta e Novanta proseguono nell’impegno didattico e nella ricerca astratto-geometrica, estrinsecata pure in vari lavori pubblici, come quelli per la cattedrale di Venosa (1989-90) e per il Palazzo di Giustizia di Palmi (1997).
Dal 1998, prende congedo dall’insegnamento in Accademia, proseguendo però l’attività artistica nel suo atelier napoletano alle spalle di Piazza del Plebiscito.
Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.
Nel 2013 per i suoi 85 anni la città di Napoli gli ha reso onore con una cerimonia in palazzo San Giacomo consegnandogli una medaglia ed una targa a testimonianza della grande opera di un artista e un maestro che ha saputo coniugare ed intrecciare egregiamente arte, insegnamento e vita.

http://www.napolivillage.com/Napoli/cronaca-funerali-laici-per-lo-scultore-napoletano-antonio-borrelli.html

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Funerali laici per lo scultore napoletano Antonio Borrelli

Martedì nella sua casa napoletana si è spento il Maestro Antonio Borrelli tra l’amore della moglie Diana e dei figli Francesco Emilio e Antonio Maria.
Gli amici ed i parenti lo hanno salutato mercoledì durante un funerale laico ,espressamente richiesto dall’ artista, presso il complesso monumentale di Santa Maria La Nova, ricordando episodi della vita personale ed artistica del Maestro.
Antonio Borrelli nasce a Napoli, il 13 giugno 1928.
Da ragazzo, inizia – assieme al fratello – una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla, iscritto alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere.
Nel 1955, interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, un’importante industria tessile della Mercedes Benz.
Al ritorno dalla Cina completa gli studi e subito dopo riceve l’incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi, che nel 2006 lo ha premiato con il Premio Palizzi e, nella sua Quadreria, è esposta una sua opera, Ipotesi Spaziale. Impegnato, come sempre, in politica, viene chiamato a far parte della Commissione culturale del PCI.
Agli inizi degli anni Sessanta, entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano, dove è amico, tra gli altri, di Perez, P. Ricci, Pezzato, Gaetaniello, Barisani, e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso linguaggi informali.
Le opere degli anni Sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II Biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967).
Borrelli conduce anche un’attività di medaglista (ricordiamo, tra gli altri, l’incarico nel 1961 per una medaglia celebrativa in onore di Amedeo Maiuri e, nel 1992, per una medaglia al Pontefice Giovanni Paolo II) e di orafo. Riporta in oreficeria la sua ricerca modulare, partecipando alle più importanti mostre del gioiello in tutto il mondo. Nel 1979, all’Istituto di Cultura Italiana di Stoccolma, i suoi gioielli sono oggetto di una lezione sull’arte orafa italiana. Entra nel Centro Orafo Nazionale.
A partire dagli anni Sessanta, mentre si intensificano le opere di arredo pubblico (tra cui, nel 1971-72, gli Arredi per S. Maria della Consolazione a Posillipo (oggi completamente smantellata) e, nel 1976/77, una grande scultura per il Circolo Didattico Villanova a Napoli, e opere di amore per l’Arte antica, quali il restauro del Tabernacolo del ‘600 della Basilica di Piedigrotta e la fusione in bronzo delle piastrelle di avorio del Duomo di Salerno (di cui aveva fatto i calchi negli anni giovanili).
La ricerca dello scultore adotta modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria (dove riceve vari inviti e riconoscimenti in rassegne qualificate, in Italia e all’estero) e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno “integrale” di progettualità artistica, basato sullo studio di soluzioni modulari ripetibili in varia scala.
Nel 1972, sposa Diana Pezza, da cui avrà due figli: il primo, Francesco Emilio, giornalista impegnato nel sociale; il secondo, Antonio Maria, artista e docente.
Nel corso degli anni Settanta, Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, come segretario nazionale del Sindacato.
Nel 1977, gli è conferita la Cattedra di “Tecniche di Fonderia – Micro e macro fusioni”, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnando per 21 anni a intere generazioni di studenti, ai quali ha saputo testimoniare passione, competenza, amore per la ricerca. Una sua scultura in ferro cadmiato (Relitto spaziale) è nella Pinacoteca dell’Accademia.
Gli anni Ottanta e Novanta proseguono nell’impegno didattico e nella ricerca astratto-geometrica, estrinsecata pure in vari lavori pubblici, come quelli per la cattedrale di Venosa (1989-90) e per il Palazzo di Giustizia di Palmi (1997).
Dal 1998, prende congedo dall’insegnamento in Accademia, proseguendo però l’attività artistica nel suo atelier napoletano alle spalle di Piazza del Plebiscito.
Nel 2009, ha ricevuto il Premio Fraternità Città di Benevento e, nel 2012, il Premio Mediterraneo – Arte e Creatività.
Nel 2013 per i suoi 85 anni la città di Napoli gli ha reso onore con una cerimonia in palazzo San Giacomo consegnandogli una medaglia ed una targa a testimonianza della grande opera di un artista e un maestro che ha saputo coniugare ed intrecciare egregiamente arte, insegnamento e vita.

http://www.marigliano.net/_articolo.php?id_rubrica=10&id_articolo=35064

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Premio Fraternità – Città di Benevento – morto Antonio Borrelli

Si è spento Antonio Borrelli, orafo e scultore. Premio Fraternità città di Benevento 2009.
L’artista ha donato alla città di Benevento la sua opera monumentale “Incontri”, collocata all’ingresso di Palazzo Mosti.
La miniatura di “Incontri” è, fino alla VI edizione 2013, il “Premio” da donare, insieme alle Medaglie di rappresentanza del Presidente della Repubblica, alle persone fisiche o giuridiche che si sono distinte per la fraternità vissuta nei dialoghi: nell’arte, nella cultura, nella politica, nel dialogo interreligioso.
Il Comitato Organizzatore della VII edizione del Premio Fraternità saluta Antonio e vorrebbe che, in qualche modo, lo facesse anche la nostra città.
Antonio Borrelli nasce a Napoli nel 1928 e fin da ragazzo conosce l’apprendistato di orafo. Frequenta l’istituto Statale d’Arte, ma a 15 anni è costretto a interrompere gli studi per l’incalzare della guerra. Lo vediamo giovanissimo in una città sconvolta dal dolore e dalla miseria nella ricerca di un’occupazione. Con la fine delle ostilità belliche riprende gli studi e organizza un laboratorio artistico di design.
Sono gli anni 50 e la piaga della disoccupazione caratterizza la realtà meridionale che procede con fatica nella strada della ricostruzione. Borrelli è catturato dall’impegno sociale del PCI, per il quale si trova coinvolto nelle storiche agitazioni, conoscendo anche l’esperienza del carcere. Le sue doti di designer gli offrono nel1955 la possibilità di lavorare in Cina per tre anni.
E’ l’incontro con una civiltà ricca culturalmente che inciderà sul suo futuro sviluppo artistico: avvertirà sempre l’esigenza di portare alla sintesi espressiva visioni culturali diverse, proiettandosi continuamente in ricerche spazio-strutturali nuove e indirizzandosi verso la scultura metallica. Dopo un primo periodo di insegnamento presso l’istituto d’Arte di Napoli nel1978 è chiamato a insegnare Tecnica della fusione presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli.
Convinto assertore di un’arte che non sia asservita al mercato, indirizza tutto il suo percorso verso la purezza espressiva. “Purezza espressiva che non va confusa assolutamente con l’utilità. Voler ridurre l’uomo ad un essere utilitaristico e consumistico è una grande aberrazione. La grande sfida che l’arte pone alla società attuale passa proprio per il recupero della purezza espressiva.”
Il suo impegno all’Accademia, in un rapporto di grande apertura con i giovani studenti, sottolinea proprio questa necessità di sottrarre l’arte alla produttività, al profitto, al consumo per aiutare l’uomo a scoprire il bello che l’opera d’arte deve rappresentare. Inoltre da anni lui, di convinzioni non religiose ha portato avanti un’esperienza di dialogo fraterno e costruttivo con persone di convinzioni religiose, convinto che, solo nel dialogo rispettoso delle diversità e nella coesistenza pacifica delle varie culture, l’umanità può avanzare verso un futuro di pace
Vari i riconoscimenti ricevuti in Italia e all’estero tra i quali il Premio del Ministero della Pubblica Istruzione per la ricerca artistica e il Premio Palizzi nel 2005.
http://www.informatoresannita.it/archives/55041

IX Giornata del Contemporaneo 2013

[…] l’artista ha una visione animistica delle cose, poiché propone degli oggetti, che oltre la compattezza al suolo, dovuta a un loro peso materiale, hanno un loro pneuma all’interno. […] (Achille Bonito Oliva)

In occasione della IX edizione della Giornata del Contemporaneo – amaci,
siete invitati presso la Casa-Atelier dell’Artista.

Antonio Borrelli – scultore
Via della Solitaria, 39 – Napoli
3473536267

SABATO 5 OTTOBRE 2013 – dalle ore 18:00 alle ore 21:00

Lo scultore Antonio Borrelli dona un’opera alla città di Napoli

Il Maestro Antonio Borrelli compie 85 anni e viene festeggiato in Sala Giunta a Palazzo S.Giacomo- Napoli, Mercoledi 19 giugno alle ore 16.
Stefano Taccone presenterà una video intervista realizzata da Mario Franco.

Nell’occasione Borrelli dona una sua opera del 1965 “Ipotesi Spaziale”, già esposta alla IX Quadriennale di Roma del 1965.
L’opera in ferro saldato e cadmiato, farà parte della collezione del Museo del Novecento a Napoli (1910-1980), per un museo in progress di Castel S.Elmo.

Antonio Borrelli nasce a Napoli il 13 giugno 1928. Da ragazzo inizia una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere.
Nel 1955 interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, industria tessile della Mercedes-Benz.
Al ritorno dalla Cina completa gli studi, e riceve incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi. Entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso i linguaggi informali.
Le opere degli anni sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967).
Borrelli conduce anche un’attività di medaglista e di orafo. Attraverso la sua ricerca modulare, collega la sua scultura alla ideazione di gioielli, partecipando a importanti mostre del gioiello in varie parti del mondo. Nel 1975 alla Mostra Internazionale di Gioielli di Vicenza riceve il premio e la segnalazione speciale per la ricerca da parte del Ministero della Pubblica Istruzione.
A partire dagli anni settanta, Borrelli ottiene varie commissioni pubbliche (tra cui si segnalano, nel 1971-72, gli Arredi per Santa Maria del Buon Consiglio a Posillipo, e nel 1976-77 una grande scultura per il Circolo didattico Villanova a Napoli), e cura alcuni restauri di arte antica. La sua ricerca scultorea adotta intanto modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria, e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno integrale di progettualità artistica basato sullo studio di soluzioni modulari
ripetibili in varia scala.
Sempre nel corso degli anni settanta Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, diventando segretario nazionale del Sindacato.
Nel 1977 gli è conferita la Cattedra di Tecniche di fonderia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Sala Giunta
Palazzo S. Giacomo

mercoledì 19 giugno 2013, ore 16:00

servizio video a cura dell’ufficio stampa della webTV del Comune di Napoli

Il M° ANTONIO BORRELLI a Palazzo San Giacomo per il suo 85° compleanno

Il Maestro Antonio Borrelli compie 85 anni e viene festeggiato in Sala Giunta a Palazzo S.Giacomo- Napoli, Mercoledi 19 giugno alle ore 16. Stefano Taccone presenterà una video intervista realizzata da Mario Franco. Per l’ occasione,il Maestro donerà una sua opera del 1965 “Ipotesi Spaziale, già esposta alla IX Quadriennale di Roma del 1965. L’opera in ferro saldato e cadmiato, farà parte della collezione del Museo del Novecento a Napoli (1910-1980), per un museo in progress di Castel S.Elmo. Antonio Borrelli nasce a Napoli il 13 giugno 1928. Da ragazzo inizia una formazione tecnica presso la bottega orafa di Nicola Soriente, per poi continuarla alla Sezione Metalli e Oreficeria dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli, dove è allievo di Ennio Tomai e Romolo Vetere. Nel 1955 interrompe gli studi e si reca, per circa due anni, a Hong Kong dove cura il design per la Orion Gloves, industria tessile della Mercedes-Benz. Al ritorno dalla Cina completa gli studi, e riceve incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli presso l’Istituto d’Arte Palizzi. Entra in contatto con l’ambiente artistico napoletano e inizia la sua produzione scultorea, dapprima in modi figurativi e, attorno al 1962-63, orientandosi verso i linguaggi informali. Le opere degli anni sessanta, caratterizzate da sperimentazioni tecniche e formali, in genere condotte attraverso saldature di lamiere, procurano all’artista numerosi inviti a mostre di rilievo, come nel 1965 alla IX Quadriennale di Roma, nonché il Premio EPT alla II biennale d’Arte del Metallo di Gubbio (1967). Borrelli conduce anche un’attività di medaglista e di orafo. Attraverso la sua ricerca modulare, collega la sua scultura alla ideazione di gioielli, partecipando a importanti mostre del gioiello in varie parti del mondo. Nel 1975 alla Mostra Internazionale di Gioielli di Vicenza riceve il premio e la segnalazione speciale per la ricerca da parte del Ministero della Pubblica Istruzione. A partire dagli anni settanta, Borrelli ottiene varie commissioni pubbliche (tra cui si segnalano, nel 1971-72, gli Arredi per Santa Maria del Buon Consiglio a Posillipo, e nel 1976-77 una grande scultura per il Circolo didattico Villanova a Napoli), e cura alcuni restauri di arte antica. La sua ricerca scultorea adotta intanto modalità astratto-geometriche, talora con valenze ottico-percettive, trasferite anche nel campo del design di gioielleria, e nella realizzazione monumentale, secondo un assunto di impegno integrale di progettualità artistica basato sullo studio di soluzioni modulari ripetibili in varia scala. Sempre nel corso degli anni settanta Borrelli si impegna nella Federazione Lavoratori Arti Visive della CGIL, diventando segretario nazionale del Sindacato. Nel 1977 gli è conferita la Cattedra di Tecniche di fonderia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.

Fonte: Marigliano.net

Video: Bruno Aymone

Montaggio: Fatima Estrella

Ottimizzazione: Lucrezia Verbena

Postproduzione: Baypressagency

Regia: Bruno Aymone

 

Cerimonia in Onore del Maestro Antonio Borrelli

In occasione del Suo 85° compleanno, si terrà una Cerimonia d’Onore a Palazzo S. Giacomo, per celebrare il Maestro Antonio Borrelli.

Sala Giunta
Palazzo S. Giacomo

mercoledì 19 giugno 2013, ore 16:00

 

 

VIII edizione della Giornata del Contemporaneo

In occasione della VIII edizione della Giornata del Contemporaneo – amaci, siete invitati presso la Casa-Atelier dell’Artista.

Antonio Borrelli – scultore
Via Della Solitaria, 39 – Napoli
3473536267

ore 10:00 – 13:00 e ore 18:00 – 22:00

Due generazioni di artisti

Dopo la successione espositiva delle opere degli artisti, pittori e ceramisti, che si sono alternati nelle sale di Casa della Corte, in Agerola, un nuovo percorso di presenze e realizzazioni artistiche si delinea per questo periodo autunnale.
Nuove pitture e nuove sculture renderanno concreta l’idea di Agerola come ambiente per l’arte, attraverso la fusione della creatività artistica e la riflessione introspettiva che si consegna al fruitore.
È la ricerca del bello che vive in ogni uomo e che si manifesta al meglio in ciò che l’artista sa dare come dono di sé e del suo mondo interiore. In fondo l’artista è colui che sa dare agli altri ciò che di sé non muore. Ed è per tale ragione che l’Amministrazione Comunale ha inteso offrire alla fruizione di quanto vorranno visitare le sale espositive di Casa delal Corte, dall’ 8 al 30 settembre il meglio della produzione degli Artisti Antonio BORRELLI – scultore – e di Antonio Maria BORRELLI – pittore -.
Due generazioni di artisti, padre e figlio, a confronto e che si completano nel saper lavorare i metalli, quelli più nobili come l’oro, l’argento, il platino, e quelli più freddi, ma non per questo meno capaci di prestarsi alla duttilità plastica e creativa dell’artista. Metalli da una parte, colori su tela, vivi e caldi, dall’altra.
Tutta la storia artistica del maestro Antonio Borrelli è segnata da un’ansia intrinsecamente progettuale che è ricerca del bello, dell’armonia delle forme, cercata nei segreti delle cose e degli oggetti, nella unicità della loro funzione. È il tentativo di unire le cose all’uomo e di far parlare l’uomo attraverso le cose. Orafo e scultore pluripremiato Antonio BORRELLI ha raccolto le sue opere in una monografia pubblicata in occasione dei suoi 80 anni.
Artista del dialogo, come testimonia nell’opera “INCONTRI” è testimone del valore sociale dell’arte, come parola che racconta dell’artista al mondo circostante e che all’artista dice del mondo che lo circonda.

La pittura di Antonio Maria Borrelli (www.antoniomariaborrelli.com) è la mescolanza del classico che si apre al moderno, sia per la tecnica usata (olio su tela, peraltro con il solo uso dei colori primari) sia per la complessa elaborazione culturale non riducibile entro schemi predefiniti.
Essa, infatti, affonda le sue radici metodologiche in tempi lontanissimi costringendo il fruitore ad una indagine introspettiva attraverso diversi piani di analisi. È la ricerca della verità, intesa come quella che ogni creatura, sia pure nelle difficoltà e nei limiti imposti dalla propria condizione, non può non esprimere a se stesso ogni giorno.

VISITA IL SITO DI ANTONIO MARIA BORRELLI – http://www.antoniomariaborrelli.com

La mostra è visitabile nei seguenti giorni:
al mercoledì dalle ore 10.00 alle ore 12.00
al sabato dalle ore 17.00 alle ore 20.00
alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 17.00 alle ore 20.00

Inaugurazione sabato 8 settembre ore 19,00
fino al 30 settembre 2012

www.comune.agerola.na.it – tel. 081.8740230

CASA DELLA CORTE, Museo Civico di Agerola

VII GIORNATA del CONTEMPORANEO

In occasione della VII edizione della Giornata del Contemporaneo – amaci, siete invitati presso la Casa-Atelier dell’Artista.

Antonio Borrelli – scultore
Via Della Solitaria, 39 – Napoli
3473536267

ore 10:00 – 13:00 e ore 18:00 – 22:00

Antonio Borrelli scultore micro-mega

Tutta la storia artistica di Antonio Borrelli è segnata da un’ansia intrinsecamente progettuale, sempre in grado di suggerire l’aspirazione all’armonia segreta delle cose, nella loro universale unicità. Questa metafisica panteista è stata interpretata come mistica “orientale”. Il termine fu usato per la prima volta da Paolo Ricci, presentando in mostra il lavoro di Antonio Borrelli. E la permanenza giovanile ad Hong Kong, fu vista come una tappa determinante per il percorso artistico di Borrelli, anche quando, con l’uso del ferro e della fiamma ossidrica, l’artista si dedicò ad una nuova scultura che rompeva decisamente con le sue precedenti realizzazioni, inserendosi nell’area dell’informale materico. Intorno agli anni sessanta, Borrelli abbandona infatti la scultura tradizionale per utilizzare la tecnica della saldatura ossiacetilenica. Crea oggetti indecifrabili, scarti di una lontana catastrofe interplanetaria, reperti di una archeologia del futuro, che chiama “Ipotesi Spaziali” o “Relitti Spaziali”. Erano gli anni della conquista dello spazio, della guerra fredda, della paura dell’atomica. Le modalità espressive si adeguavano a cambiamenti epocali. Ma queste sculture “informali”, nate in uno scenario al limite del disastro, producono nuove consapevolezze tecniche, nuove iconografie simboliche. Il lavoro successivo di Borrelli grazie alla sperimentazione ossiacetilenica, acquista una metodologia progettuale, un linguaggio all’altezza di una nuova contemporaneità. (Mario Franco)

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Dal 15 ottobre al 6 novembre 2010
Inaugurazione: venerdì 15 ottobre – ore 17.30
Castel dell’Ovo, Sala Prigioni – Napoli
Curatore: Mario Franco

Orari di apertura:
lunedì/sabato: ore 10.00/17.30 – festivi: ore 10.00/14.00

Per informazioni:
Associazione Oltre il Chiostro onlus
piazza S. Maria la Nova, 44 – 80134 Napoli
tel/fax: 081.552.15.97/081.552.32.98/081.014.35.83
mail: info@oltreilchiostro.org – web: www.oltreilchiostro.org

Opere e proposte per arredi sacri 1958/92

Una mostra a tema, che riguarda pezzi creati per spazi sacri: altari, candelabri, maniglie… prevalentemente per Chiese. Si tratta di oggetti in metallo, costruiti secondo le tecniche legate alle saldature, alle fusioni, nei quali le forme tradizionali dell’iconografia cristiana o degli oggetti d’uso (maniglie, candelabri…) sembrano quasi fronteggiarsi con i materiali e le tecniche usate, consentendo a entrambi – forme tradizionali e materiali sperimentali – di resistere e precisare sé stessi, di uscirne rafforzati, di raccontare la propria identità e la propria vicenda in modo sempre riconoscibile.

Fino al 13 giugno 2010
Chiesa di San Salvatore de Fondaco
Via Mercanti – Salerno, Italia

Intervista di Città Nuova ad Antonio Borrelli

La Fondazione Premio Napoli in occasione della pubblicazione della monografia sullo scultore Antonio Borrelli,ha voluto dedicare all’artista un incontro presso il Palazzo Reale di Napoli: “Antonio Borrelli: dalla Cina a Pizzofalcone, la storia di un artista napoletano”.

Di convinzioni non religiose egli partecipa da molti anni con sua moglie Diana, di fede cattolica, al Gruppo del dialogo promosso dal Movimento dei Focolari in Campania.

“Il dialogo è fondamentale nella vita dell’umanità”, egli dice. “Quando c’è dialogo non c’è conflitto… ma non è facile imparare a dialogare. Sentii questa parola per la prima volta da Togliatti, in anni difficili, quando alla base del PCI c’era risentimento per certe posizioni della Chiesa e per la scomunica. Ciò nonostante, Togliatti lanciò tra i comunisti il dialogo con i cattolici. Fu certamente una scelta di lungimiranza politica”.

Cosa ricordi di quegli anni?
Avrò avuto 18-19 anni e ricordo un grande entusiasmo, un grande desiderio di democrazia. Mi iscrissi al PCI dopo l’attentato a Togliatti. Un’adesione palpitante, nella consapevolezza di contribuire in tal modo al rinnovamento della società, nello spirito di una libertà ritrovata dopo gli anni duri del fascismo.

Quanto ha inciso su questa scelta il rapporto con la tua famiglia di origine?
Il rapporto che c’era tra noi si basava su valori fondamentali quali il lavoro e l’onestà. Una famiglia semplice, popolare, e radicata nella cultura cattolica. Per questo amo definirmi “un cattolico non credente” nel senso che la mia vita è intrisa di quei valori che provengono dal cattolicesimo… Pur avendo vissuto un allontanamento dalla fede, non ho mai voluto spezzare le mie radici storiche e culturali e sono stato sempre propenso al dialogo col mondo cattolico.

Sei intervenuto più volte in questi ultimi tempi sul problema della pace e spesso hai affermato che c’è un rapporto diretto tra il dialogo e la pace.
Un rapporto stretto perché se non c’è il dialogo corriamo il rischio di risolvere i problemi grandi e piccoli con una guerra.

Problema della pace strettamente connesso con quello economico…
Non possiamo continuare a vivere come se non esistessero popoli che muoiono di fame. E’ un discorso che attraversa il mondo intero, e deve coinvolgere grandi e piccoli in maniera nuova…Se vogliamo un mondo in pace dobbiamo fare i conti con la triste realtà di chi non ha come vivere.

Gli Stati hanno giustificato l’ultima guerra in Iraq con la necessità della difesa.
Siamo ancora imbevuti di cultura imperiale. Prima i romani, poi gli inglesi, poi i francesi, ora gli USA… Per questo dico che dobbiamo trovare insieme – e il dialogo è fondamentale – forme nuove di interventi economici per rispondere alle esigenze di molti popoli della terra, e non andare a versare sui nostri avversari tonnellate e tonnellate di esplosivo…Ripeto: il problema di base è per me la fame nel mondo. Risolto quel problema penso che molte cose, anche a livello terroristico, cambierebbero…

Quale contributo offrire in questo momento ancora così carico di tensioni.
Il primo passo, non facile, è l’accettazione delle diversità. Le diversità nel mondo sono una ricchezza e non un elemento di divisone. Ma bisogna fare ancora molta strada perché questa visione entri nella nostra mentalità.

Lavori da molti anni in campo artistico soprattutto nella scultura, per il quale hai ricevuto l’importante “Premio Palizzi” nel 2006, questo grande riconoscimento della città di Napoli all’interno del Premio Napoli 2009 e con l’importante monografia sulla tua opera. Ritieni che l’arte abbia un suo specifico da offrire per il dialogo e per la pace?
Il linguaggio dell’arte è sempre universale ed è comprensibile da ogni uomo, in ogni cultura. C’è come un legame profondo tra tutti gli artisti della terra, quelli di ieri e quelli di oggi. Il dialogo tra gli artisti può aiutare anche gli altri a capire che si può progettare insieme, pur essendo diversi.

Hai insegnato all’Accademia delle Belle Arti per tanti anni e molti allievi oggi sono persone affermate nel campo artistico. Le loro testimonianze durante la giornata organizzata dal Premio Napoli avevano un denominatore comune: ti erano riconoscenti per il rapporto che hai sempre costruito con loro prima di ogni altra cosa: un rapporto di onestà, trasparenza, piena collaborazione e ricerca comune.
Ho sempre sentito che c’era uno stretto rapporto tra quello che realizzavo come artista e la purezza, la sincerità la genuinità… tutte manifestazioni di quel “divino” che è in noi, quel divino che per un credente è l’orma di Dio, e per me quell’energia primordiale che ha dato vita al cosmo, al sistema solare, alle stelle, ad un lago…. E tutto questo ho cercato di trasmetterlo con la vita ai miei figli e ai miei allievi.

 

Dialogo con Antonio Borrelli

Fu Paolo Ricci, presentando in pubblico una delle prime volte il lavoro di Antonio Borrelli, ad usare il termine ‘orientale’ per indicare la sua ispirazione. Da allora la permanenza giovanile ad Hong Kong, fu sempre vista come una tappa determinante per il percorso artistico di Borrelli, anche quando, con l’uso del ferro e della fiamma ossidrica, l’artista si dedicò ad una nuova scultura che rompeva
decisamente con le sue precedenti realizzazioni, inserendosi nell’area dell’informale materico.
La prima domanda che gli poniamo riguarda, quindi, proprio il perchè della sua presenza in Cina e l’eventuale influenza che questa esperienza ha avuto sul suo percorso artistico.

«In realtà il mio viaggio ad Hong Kong avvenne quasi per caso. Da ragazzo, per sbarcare il lunario mi ero messo a fare le ‘fantasie’ per i guanti. Il mio datore di lavoro, un ebreo australiano di origine ungherese, si era trovato così bene a lavorare con me, che faceva di tutto per non perdermi. Allora, Napoli era una piazza famosa nel mondo per la manifattura dei guanti e molti industriali cominciarono a corteggiarmi per farmi passare con loro. Lui se ne accorse e fece di tutto per non perdermi. Mi propose di andare a Hong Kong, in Cina, dove stava per realizzare una fabbrica di guanti. Io ero giovanissimo e l’idea di un’avventura in un paese così lontano mi entusiasmò. Accettai subito e andai a Hong Kong, dove però non c’era niente e dovetti inventarmi tutto, ovviamente con l’appoggio economico del mio ebreo australiano.
Realizzammo una bella fabbrica di guanti, dove disegnavo ‘fantasie’ per guanti di stoffa. Ma il mio datore di lavoro voleva che la fabbrica facesse anche guanti di pelle e pensò di far venire a Hong Kong dei maestri guantai napoletani. Io non ero d’accordo: ero sicuro che i cinesi, con la loro capacità, si sarebbero presto impossessati delle nostre tecniche. Mi opposi per una sorta di orgoglio nazionalista all’importazione di questa specializzazione napoletana in Cina e decisi di tornarmene. Poi ci fu ancora un episodio che mi fece decidere di andar via. La fabbrica produceva a pieno ritmo e le commesse aumentavano. Allora il mio capo ebbe un’idea geniale, quella di raddoppiare gli spazi lavorativi della fabbrica, soppalcandola: “tanto i cinesi sono piccoli”, sosteneva. Io rimasi veramente indignato e decisi di andarmene. Pensavo, inoltre, che non avrei mai posseduto la padronanza della lingua cinese e capivo poco anche il loro gesticolare. A me piace, quando si parla, cogliere anche le sfumature: non solo le parole, ma anche il guardarsi negli
occhi, il gesto rivelatore di quello che uno pensa parlando.
Cosa è rimasto nei miei lavori dell’esperienza ad Hong Kong? Qualcosa nel mio gusto per il designer… Ed anche una certa qualità, che potremmo chiamare pittorica. Ho praticato gli smalti a fuoco, immediatamente dopo il ritorno dalla Cina. Ho diversi lavori di smalti a fuoco che, però, non ho mai mostrato né esposto».

L’esperienza ‘cinese’ dura circa due anni. Al ritorno Borrelli completa gli studi presso l’Istituto d’Arte Palizzi e quasi subito riceve un incarico di insegnamento nel Laboratorio di Oreficeria e Metalli.

«Il rapporto con l’Istituto d’Arte rimane per me un rapporto privilegiato, legato al ricordo di Romolo Vetere e Ennio Tomai, maestri davvero particolari: Tornai che era un classico innamorato della bella forma e Vetere che era l’opposto, uno sperimentatore e un trasgressivo … Entrambi di un’umanità che mi affascinava … Mi piaceva pensare d’essere un giorno come
loro. Quando mi fu offerta la possibilità di insegnare al Palizzi, per me fu la realizzazione di un sogno».

L’insegnamento è vissuto da Antonio Borrelli con passione. Lascia nei suoi allievi un ricordo profondo; con molti mantiene tutt’ora un rapporto d’amicizia.

«È importante avere un bel rapporto con gli studenti. Io cercavo di dare il meglio di me e di trasmettere competenza tecnica e amore per la ricerca; loro coglievano questa mia disponibilità e l’apprezzavano. Il rapporto con gli allievi è fondamentale: quando un maestro non instaura un rapporto – chiamiamolo pure ‘d’amore’ – con gli allievi, secondo me, sbaglia. Ci deve essere il piacere di stare insieme, perché non è facile far lavorare notte e giorno dei ragazzi. Quando per la fusione accendi il forno, devi seguire tutto il percorso per arrivare dalla cera alla forma. Il forno resta acceso tutta la notte e ci vuole chi si cura del fuoco: se non c’è passione e piacere non c’è neanche il risultato. lo con i miei allievi ho sempre lavorato bene, un po’ per fortuna e un po’ per la capacità di trasmettere entusiasmo. Ricordo alcune nottace passate nel mio studio con allievi e collaboratori. Lo studio era la chiesa sconsacrata della Solitaria. Si parlava, fumando sigarette e bevendo caffè. Si discuteva d’arte e di politica e, senza che ce ne accorgessimo, si finiva col fare l’alba. A volte c’era da realizzare un’opera che doveva essere presentata per un concorso, e la passione con la quale vivevo questo impegno
era contagiosa per gli allievi, che condividevano con me questi momenti, come nelle antiche botteghe d’arte … ».

Nel 1977 Borrelli lascia l’Istituto Palizzi ed accetta la Cattedra di Tecniche di Fonderia e Fusione presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. L’Accademia si sta rinnovando ed ha introdotto nuovi insegnamenti. Borrelli è convinto di poter portare in Accademia le sue competenze ed il suo entusiasmo, ritrovando, inoltre, alcuni degli studenti già conosciuti al Palizzi.

«Capii subito che con i colleghi dell’Accademia, sul piano operativo, non saremmo stati d’accordo. Non c’era colloquio tra le cattedre e non c’era affinità da un punto di vista artistico. Ma il rapporto con gli allievi è rimasto uno dei momenti più vivificanti. Per chi si dedica all’educazione, in tutti i campi, ci deve essere, secondo me, un rapporto scambievole. Quando si può dire “perdo qualcosa perdendo gli allievi” vuol dire che l’insegnamento funziona. Naturalmente ogni allievo ha un suo carattere e certe prerogative. L’impatto spesso è immediato e quello che trasmetti viene recepito con immediatezza, altre volte è più difficile. Ma mi ha fatto soffrire il distacco con gli
allievi, quando ho lasciato l’Accademia a settanta anni; sarei rimasto almeno altri due anni…».

Borrelli è un artista versatile, non riconducibile a formule di scuola o di tendenza. E forse per questo il suo rapporto con critici e storici dell’arte è stato difficile.

«Non saprei dirne il perché – dice l’artista – forse non ho saputo curare questi rapporti, e poi è cambiato il sistema dell’arte contemporanea e ci sono artisti che cercano di dare una definizione concettuale o un valore di mercato a loro cose che ancora devono esser fatte. lo non cerco giudizi preventi\iamo sperimentare tecniche e materiali diversi, dal gesso alla carta, dall’alluminio al laminato metallico. Mi piace lavorare sia da scultore che da designer… Lavoro indipendentemente con grandi dimensioni o producendo gioielli. In verità ho sempre affrontato con una certa disinvoltura la ministruttura e la maxistruttura. Mi veniva naturale esprimermi nell’uno e nell’altro modo proprio perché ero nato orafo, pensando al gioiello, all’ornamento femminile, per poi pensare in grande, senza difficoltà. Per questo ho sempre preferito il metallo: ho fatto ‘metalli e oreficeria’ all’Istituto d’Arte e a casa lavoravo
dall’argento all’oro – qualche volta il platino – con grande padronanza e nessuna difficoltà. Partendo dalla forma di alcuni gioielli ho ricavato sculture anche di sei metri, e viceversa. Un esempio tipico è quello delle maniglie che ho realizzato per la chiesa di Piedigrotta, partendo da un design utilizzato per alcuni miei gioielli dalle forme mobili, dall’incastro mutevole».

Intorno agli anni sessanta, Borrelli aveva già abbandonato la scultura tradizionale per utilizzare nuove tecniche e nuovi modi d’esprimersi.

«Romolo Vetere, che è stato il mio maestro, praticava la saldatura ossiacetilenica, con il cannello di ossigeno e di acetilene, e anch’io cercai di realizzare delle cose figurative con questo nuovo mezzo. Infatti, un cavallino rampante, che avevo realizzato ‘a cera persa’ in bronzo, lo replicai, quasi uguale, in ferro saldato. Mi resi conto, però, che con nuovi procedimenti, non potevo fare quello che si faceva con tecniche tradizionali e capii che questo nuovo modo d’esprimermi mi consentiva di affrontare possibilità nuove, di maggiore libertà. Fare una scultura in bronzo oppure in ferro comportava programmazioni diverse per l’uno o l’altro modo, perché influiva non poco la scelta dei materiali e delle tecniche per la realizzazione. Era molto più bello riuscire a realizzare il pensiero della … ‘cosa’ – con il suo elegante understatement, Borrelli usa con parsimonia il termine ‘opera’ [ndr] – direttamente e immediatamente: certo ci vuole una certa padronanza del mezzo che stai adoperando per arrivare immediatamente a ciò che hai in mente. Se lavoravi in bronzo, dovevi prima realizzare un bozzetto in creta, poi trasformarlo in gesso, poi in cera ed infine fonderlo. Diverso era il caso di quando con ferro o acciaio potevi procedere con un’immediatezza senza ripensamenti: il materiale diverso ti portava a pensare immediatamente la modellazione, senza la mediazione di alcuni passaggi».

Borrelli comincia a creare oggetti indecifrabili, residui fantascientifici, scarti di una lontana catastrofe interplanetaria, reperti di un futuro remoto e minaccioso.

«Erano gli anni dello Sputnik, delle conquiste spaziali e dunque molte di queste cose le chiamai ‘Ipotesi spaziali’ o ‘Relitti spaziali’. Era, per me, un modo di descrivere l’impatto con questa realtà nuova, questo ‘nuovo’ che incombeva. La mia adesione all’informale parte con la rottura dal figurativo, ma c’è sempre un’immagine o una forma che esce quasi naturalmente, operando. Le modalità espressive si adeguavano a questi cambiamenti, anche se, tecnicamente, il discorso si fa più complesso. Un saldatore, guardando le mie opere, si sarebbe interrogato sul responsabile di tali pazzie. Perchè erano autentiche follie: per alcuni oggetti particolarmente minuscoli non potevi usare neanche la maschera ed erano tanti punti di saldatura. Mi ricordo che a volte uscivo dallo studio rosso come un gambero e molto spesso mi sono bruciato gli occhi (e sono stato fortunato) ed a volte sono dovuto correre in ospedale …».

Il rapporto con gli allievi resta un punto fermo nel percorso artistico ed esistenziale di Borrelli. Nella sua visione del processo di crescita e di maturazione dei giovani allievi ha una fondamentale importanza il radicarsi di una identità culturale e civile fortemente ancorata al territorio ed alla tradizione, anche se scevra da localismi. Questa identità, così come la padronanza delle tecniche, occorre che venga acquisita fin dalla più tenera età, per potersi misurare con la scienza e l’arte contemporanea, stimolando la fantasia e la
creatività oltre che la conoscenza. Per questo è necessario lavorare insieme, acquisire competenze, promuovere reciprocamente il confronto di idee.

«Il discorso dell’apprendimento di certe tecniche, che sono anche percorsi mentali, tipico del giovane che una volta frequentava la bottega orafa – parlo ad esempio del Rinascimento e di epoche precedenti – e dopo faceva anche lo scultore, consisteva nel praticare certi passaggi non solo tecnici, ma anche di formazione profonda sul tipo di materia e di ricerca. Un po’ come avviene ancora oggi per il conservatorio, dove il ragazzo deve cominciare a usare lo strumento sin da giovane età, e non può cominciare a 30 anni e neanche a 20, perché è necessario che il percorso inizi nella fase della crescita di un ragazzo. Trasportare un oggetto in un gioiello o una scultura in un gioiello non è sempre possibile: devi possedere un mestiere che te lo consenta. Parlo della bottega rinascimentale perché allora lo scultore non solo modellava l’opera ma la trasportava fino alla fusione e alla cesellatura, cioè faceva tutto il percorso, mentre ora si è tutto frammentato. Allora lo scultore era anche orafo, molto spesso iniziava proprio frequentando la bottega dell’orafo e poi, se ne aveva i mezzi, faceva anche lo scultore».

Mario Franco

Antonio Borrelli: un costruire progressivo

Il Sindaco della città di Napoli, Rosa Russo Iervolino, è lieta di invitarLa alla presentazione della monografia “Antonio Borrelli. Un costruire progressivo”

Lunedì 16 novembre 2009, ore 12:00
Castel Nuovo, Napoli
Sala della Loggia

Intervengono
Mario Franco
Paolo Mamone Capria

Leggi l’invito in PDF

 

Riconoscere un Maestro

Ho conosciuto Antonio Borrelli a vent’anni (venti ne sono già passati).
La sua aula all’Accademia di Belle Arti era nel corridoio d’ingresso, sulla destra, dopo quella di Perez, e di fronte a quella di Zullo, scultore del marmo. Vi insegnava le Tecniche di fonderia, e i sacchi di scagliola e i calchi di sculture antiche sul pavimento non pareggiavano il bianco delle pareti spruzzate di calce viva, l’odore misto di cera e di gomma riscaldava l’ambiente. In fondo alla sala, su una pedana in legno oltre un paravento, lui stava in cattedra e ascoltava i ragazzi.
Portava al collo con ostentata disinvoltura un suo grande gioiello spaziale, che dilatava gli obiettivi del suo parlare conciso, scettico, preferibilmente napoletano. Mi presentai come suo nuovo allievo e dopo avermi chiesto ragione innanzi a tutti del mio italiano mi chiese di aiutarlo, nel pomeriggio e in quelli successivi, a finire le sculture per la mostra di Palazzo Reale, ormai imminente. La sua
franchezza mi disarmò, e del resto dopo gli studi classici ero deluso della inattesa astrattezza dei corsi accademici.
Nei quindici giorni successivi i pomeriggi si prolungarono fino a sera, alla notte, e alla mattina dopo, assieme ad altri allievi, a insegnanti dell’istituto d’arte e ad un ex marinaio di Santa Lucia. Lo studio, che coincideva con gli ambienti della chiesa sconsacrata della Solitaria, oltre le rampe del Largo di Palazzo, era ormai un’officina perpetua, e solo all’alba del giorno dell’inaugurazione Incontri e Composizione erano ultimati.
Provengo da una famiglia di artisti, ma è grazie a lui che l’arte ha smesso di appartenere al mondo delle intenzioni per entrare concretamente nella mia vita. Mi ha incoraggiato a prendere uno studio vicino al suo, e per una decina d’anni ho potuto aiutarlo a realizzare altre opere e progetti. Durante i miei esordi di pittore mi sono avvalso così di molti consigli discreti ed autorevoli, e di pareri dati con uno sguardo che dice tutto. La nostra amicizia è stata da subito familiare, condivisa con Diana, sua moglie, e con i figli Francesco ed Antonio Maria, che continua la tradizione artistica della famiglia. Quando il lavoro non offriva pretesti per incontrarci ci vedevamo a pranzo, o al bar per un caffè e una sigaretta. Con semplici accenni, tra una battuta e l’altra, mi ha fatto vedere di volta in volta la guerra e la fame successiva, la Cina e Napoli nel giorno in cui tornò, i suoi maestri Vetere e Tornai, la rispondenza in natura di
forma e funzione, la scultura dentro il suo calco vuoto, fino agli infiniti mondi possibili di Giordano Bruno.
Oggi ci vediamo meno spesso, a causa degli impegni fuori città del mio lavoro. In questo mi guida costantemente il suo esempio, fondamentale per conoscere e riconoscere l’arte come reale avanzamento oltre le prospettive critiche che la preparano e le dinamiche sociali che la consentono. So per certo che dalle opere che chiama spaziali parte un segnale destinato alle future generazioni non meno che alla sua.
Io che ho la fortuna di ammirarlo nel suo tempo approfitto di questa pagina perché tutta la mia stima e la mia gratitudine vi restino impresse.
Umberto Giacometti

Una mostra per gli 80 anni di Antonio Borrelli

Per festeggiare gli ottantanni di Antonio Borrelli scultore, orafo e disegnatore, è stata allestita una mostra nelle “Prigioni” del Castello Dell’Ovo. Tra i visitatori anche un folto pubblico di allievi e maestri dell’Accademia di Belle Arti. Le molte opere illustrano il percorso della produzione di Borrelli, che partito per la Cina non ancora ventenne, subito dopo la guerra, ha cominciato la sua avventura con entusiasmo come disegnatore e decoratore di guanti presso una piccola fabbrica installata ad Hong Kong da un ebreo australiano. La sua formazione è proseguita a Napoli, all’istituto d’Arte Palizzi prima come allievo, poi come maestro orafo e scultore; ha poi insegnato all’Accademia di Belle Arti riuscendo ad ottenere un forte seguito anche nel suo studio nella piccola chiesa sconsacrata alla Solitaria. Con la perizia conseguita, la disciplina che ha saputo tramandare anche ai suoi alunni ed il fantasioso estro le opere di Borrelli si sono diffuse ovunque, dal gioiello prezioso alle piccole sculture e alle decorazioni, fino alla grande scultura installata in Chiese, Istituzioni e Musei conservando le stesse caratteristiche: progettazione sicura, costruzione precisa delle strutture, studio attento dei materiali e delle tecniche idonee.

Nel Catalogo, edito per i tipi di Paparo, i saggi di Paolo Mamone Capria, di Umberto Giacometti già suo allievo, grato testimone della validità etica e didattica del Maestro, e di Mario Franco curatore della Mostra, (il critico è anche autore di una esaustiva Video-intervista del 2009), testimoniano di un insegnamento morale rigoroso e di un percorso estetico mai scisso dal principio di utilità dell’opera, della “cosa” come egli preferisce chiamarla. Numerose le recensioi riportate di critici di rilievo quali Vitaliano Corbi, Giorgio di Genova, Salvatore Di Bartolomeo, Gino Grassi, Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva, Paolo Ricci, Ciro Ruju, Michele Sovente.

Esposte vi sono opere che appartengono alla sua collezione ed a collezioni private, alcune sono già state in mostra nelle numerose Personali e Collettive cui il maestro ha partecipato.
Le primissime, quelle degli anni Cinquanta, che conservano influssi della cultura cinese, sono una serie di tavolette in rame smaltato a fuoco, dai colori vivi, che raffigurano immagini sacre o figure mitiche, poetiche. Sempre presenti, come può notarsi, sono state litografie schizzi, ritratti, disegni preparatori per i bronzi o per le sculture in ferro esposti non solo come elementi strutturali di un percorso ma essi stessi opere d’arte.

Vi si trovano le opere slanciate, protese verso l’alto, aderenti al materismo informale (“Volo”, 1963) già ottenute negli anni sessanta in bronzo (la lunga tecnica che voleva un bozzetto in creta, poi in gesso, poi in cera prima della fusione) e poi ripetute in ferro cadmiato come il “Cavallino” del 1961, ripetuto nelle stessa anno in ferro saldato; vi si trovano opere che sono state in altre mostre, negli anni trascorsi, come “Ricerca superficiale” del 1970, simile ad un monocromo bianco di Manzoni e più tardi “Ipotesi spaziale” del 1980, in laminato metallico e “Ricostruzione” ancora del 1980. Talvolta usa un metallo dorato come in “Incontri” del 1982-84 si è visto a Palazzo Reale nell’antologica “Napoli Scultura” del 1988 assieme alle opere di altri valenti artisti napoletani, tra cui Barisani, Del Pezzo, Di Ruggiero, Ferrenti,… Perez, Persico, Pisani, Ruggiero, Scolavino, per citarne solo alcuni di cui scrissero Vitaliano Corbi ed altri critici nel Catalogo di allora.
Altre numerose opere appartengono alla stessa ricerca dello spazio sebbene realizzate con assemblaggi, prelievi new dada, di tubi, tondini, piastre e frammenti metallici corrosi, elaborate fin dagli anni Sessanta e che spesso egli ha chiamato “relitti spaziali”; a tal proposito scrive Vitaliano Corbi a commento della mostra a Palazzo Reale del 1988: “in piena consonanza con la diffusa tendenza a travalicare la poetica dell’informale verso un’onnivora incorporazione estetica degli oggetti e delle iconi della civiltà dei consumi, si inserisce l’opera di Antonio Borrelli, con un suo accento originale, forse non ancora riconosciuto quanto merita”. Parole che ben chiariscono, con l’escursus esaustivo delle opere in mostra, la poetica di Antonio Borrelli.

Napoliscultura

Borrelli nei primi anni Sessanta vide aprirsi, con l’uso del ferro e della fiamma ossidrica, un nuovo campo di ricerche espressive. Con frammenti di sottili lamiere, irregolari e largamente corrose, costruì, nel 1963, una scultura che rompeva decisamente con la precedente esperienza. L’opera, infatti, mentre metteva da parte ogni intenzione di adeguamento mimetico alla realtà esterna, presentava una struttura aperta, costituita essenzialmente dalla giunzione di due superfici di ferro, leggere ed attraversate in molti punti dalla luce, simili a due ali librate nel volo. Non era propriamente la rappresentazione di un uccello, ma una forma di notevole eleganza e di sottile suggestione materica, con una sensazione di spinta ascensionale che evocava liberamente un’immagine di volo. Borrelli, con un risultato che ancora oggi appare di notevole qualità, si inseriva nell’area del materismo informale e in una posizione non lontana da qu·ella di Ghermandi [ … ].
Da questo momento l’artista napoletano procede con sicurezza sulla sua strada: sceglie piastre, reticoli, tubi, tondini e frammenti d’ogni genere di ferro, li manipola, li aggrega e li salda con la fiamma ossidrica, lasciando in vista gli effetti di corrosione, le sbavature e i coaguli provocati da questa. Borrelli crea degli oggetti che non hanno tanto l’aspetto delle ‘macchine inutili’ surrealiste, quanto di relitti di macchine provenienti da altri luoghi, oggetti un po’ misteriosi, che egli chiama appunto ‘relitti spaziali’, rendendo così nel titolo quella loro aria da fantascienza, da catastrofe interplanetaria o di reperti di un’archeologia del futuro [ … ].
I lavori del ‘64, esposti in parte nella Quadriennale romana dell’anno successivo, rivelano con grande chiarezza come l’artista si sia rapidamente allontanato dalla iniziale ricerca di forme aperte e librate, rivolgendo, invece, la propria attenzione verso soluzioni di più solida tenuta volumetrica e non prive persino di una certa forza ponderale. Ma forse il rilievo più interessante è che alcuni di questi lavori lasciano affiorare l’interesse di Borrelli per il valore ritmico della forma, qui rilevabile nella disposizione tutt’altro che casuale di alcune serie di elementi che, sporgendo dalle superfici lisce delle lastre metalliche, non solo vi proiettano un nitido gioco di luci e di ombre, ma sottolineano anche la scansione della forma nello spazio [ … ]
Vitaliano Corbi
in ‘Napoliscultura’, catalogo della mostra, A&C, Napoli 1988

Ascoltare la struttura della materia

Per Antonio Borrelli l’opera d’arte scaturisce da un pensiero intriso di concretezza, di rigore costruttivo, di eleganza. Il fano stesso che originariamente si forma e lavora come e rafo, manipolando e forgiando materiali preziosi attraverso cui comunicare un senso di appagamento visivo e tattile, significa per lui misurarsi costantemente con la superficie, lo spazio, il gioco delle forme e degli incastri.
Quanto la dimensione artigianale sia presente nell’attività di scultore di Antonio Borrelli lo testimonia il suo grande interesse per il dettaglio, il grado di luminosità dell’oggetto, la sua levigatezza, il suo accamparsi in un punto dello spazio con discrezione e forza, insieme.
Scolpire, allora, non vuol dire allontanarsi da un’idea verificabile e traducibile nell’esperienza quotidiana, ma proprio il contrario: dare movimento all’ambiente, definire il proprio orizzonte percettivo attraverso linee, traiettorie, punti di vista in un complesso intreccio di rifrazioni, attrazioni, corrispondenze.
Perché ciò accada, occorre avere uno sguardo vigile, esercitare un controllo tenace su ciascun gesto, saper ascoltare la struttura della materia con le pulsioni seduttive e le sue asprezze.
Ferro cadmiato e bronzo, pietra fossile e materiale sintetico, ciò che veramente conta è portare alla luce dai recessi della natura e del mondo una storia segreta intessuta di attriti, lacerazioni, strappi, suture, spinte e controspinte.
Ecco perché lo scultore Borrelli non disdegna il dialogare con il fare propriamente artigianale: il gioiello offre elementi e stimoli alla ricerca plastica e quest’ultima fa da incubatrice per la nascita di un monile, di un bracciale, di una anello.
La polivalenza e la componibilità e scomponibilità di forme e immagini altro non sono che la quintessenza di un sentire, di un progettare intimamente connessi alla vita e alla comunicazione.
In tale ambito operativo il modulo, la sperimentazione, la tecnologia smettono di essere dati aridi, freddamente funzionali e mirano a collegare il dentro e il fuori, il gusto e l’emozione.
La geometria, in altre parole, segue passo passo l’eleganza, il piacere e l’astrazione, anzichè confinare l’opera in una incommensurabile distanza, si presenta come la sua linfa vitale, consegnandola, a chi la osserva, in tutta la sua semplicità ed energia.

Michele Sovente,
‘I Bronzetti-I Gioielli-Le Pietre di Antonio Borrelli’, catalogo, Napoli 1996

Risonanze medievali

[…] Dopo una serie di bronzetti figurativi, realizzati negli anni Cinquanta, lo scultore napoletano nel Settanta a una brusca svolta verso la scultura tecnologica. Nei primi anni sono elementi in ferro e bronzo saldati tra loro per risultati dinamici segnati da costruzione dei bordi, in cui è evidente una persistenza della poetica informale del frammento. Ma Borrelli divide questa persistenza secondo istanze del ritorno all’oggetto proprio dell’aria neodada. Eccolo, quindi, sin dal ‘64 a saldare trouvailles da officina per costruire forme d’un antropomorfismo di profonde risonanze medievali, nonostante i riferimenti all’era spaziale […].

Giorgio Di Genova,
in ‘Storia dell’Arte Italiana del ‘900. Generazione Anni Venti, Bora, Bologna 1991

Funzione modulare ma carattere di oggetti

I dentelli che sporgono dalle superfici, e spesso proprio lungo le linee di congiunzione di queste, hanno già una funzione modulare, ma conservano anche il loro carattere di oggetti, n1ostrando con le proprie irregolarità lo scarto che divide la presenza dell’oggetto dalla pura definizione del modulo.
Nel corso degli anni Settanta Borrelli, però, tende proprio alla riduzione di questo scarto, come per controllare a fondo fin dove sia possibile stringere il rapporto tra definizione delle strutture e ricerca delle qualità formali implicite nella materia adoperata. Vi sono numerose opere – in materiali diversi, dal gesso alla carta, dall’alluminio al laminato metallico – che documentano l’aspetto più
sperimentalmente avanzato di questa ricerca.
Apparentemente esse ripropongono i percorsi dell’arte gestaltica degli anni Sessanta, ma in realtà rappresentano per Borrelli semplicemente l’anello di congiunzione tra la sua produzione plastica e quella di designer […].

Vitaliano Corbi,
in ‘Napoliscultura’, catalogo della mostra, A&C, Napoli 1988

Un costruire progressivo

Non ci sembra casuale che il percorso di formazione di Antonio Borrelli abbia avuto una tappa cinese. Lì (siamo a Hong Kong, verso la metà degli anni cinquanta) è come se certe attitudini caratteriali e di lavoro dell’artista abbiano trovato il loro fondamento ‘filosofico’, attinto dalla visione e dal costume del popolo orientale: pazienza operosa, capacità di attendere e valutare le circostanze adeguate a uno scopo, ma anche un senso di partecipazione a un agire collettivo, proiettato verso il futuro.
«Sono un ottimista: ho bisogno però di un’indagine introspettiva prima di giungere a una visione ottimistica», è un’affermazione dello scultore stesso in un’intervista curata da Aurora Spinosa e Mario Franco, all’insegna appunto di quella ponderatezza e positività che definivamo orientali, tanto quanto si potrebbe dire di alcuni tratti specifici del suo lavoro artistico, come la spiccata artigianalità, la
capacità di accantonare e ri-utilizzare i propri conseguimenti, e una ‘progressiva costruttività’, cioè la cura di non separare, per quanto possibile, l’invenzione formale da un’utilità collettiva, sforzandosi di renderla di volta in volta decorazione quotidiana e comunitaria, ovvero contributo didattico.
Parlando di artigianalità tocchiamo l’altro aspetto della formazione artistica di Borrelli, avvenuta infatti inizialmente nell’ambito di una bottega orafa, che – fatta salva l’alta tradizione occidentale e specificamente napoletana nel campo – se vogliamo è già un piccolo mondo ‘cinese’, scandito da padronanza tecnica, progettazione e manualità attente, gusto decorativo e riutilizzo senza sprechi. Borrelli a questa sua origine di orafo, al di là delle molteplici realizzazioni di gioielli, resta legato nell’intimo, e custodisce ancora come un cuore segreto nello studio il suo antico banco di lavoro.
All’Istituto d’Arte di Napoli si completano infine negli annii cinquanta gli studi dell’artista, che può così elevare alla consapevolezza di arte scultorea il suo bagaglio tecnico, seguendo il solido magistero di Ennio Tornai e accogliendo da un altro docente, Romolo Vetere, sollecitazioni verso una sperimentazione più aperta alle correnti moderne.
Dopo le esercitazioni disegnative, in cui si evidenzia una spigliatezza di tratto e il gusto per l’espressività chiaroscurale (Mercato a Hong Kong), e una serie di piccoli smalti su rame eseguiti, forse anche a scopo didattico, sul finire degli anni cinquanta (allorché riceve incarico di insegnamento presso lo stesso Istituto d’Arte) con un’intonazione fiabesca quasi da medioevo popolare (Contadini; Santo francescano), Borrelli al principio degli anni sessanta realizza le sue prime prove scultoree, di carattere figurativo. In esse si contemperano suggestioni provenienti dall’arcaicità italica – attraverso un’indubbia mediazione esercitata dall’opera di Marini (Cavallino; Figura maschile) – e spunti orientati verso una visione più direttamente e modernamente realistica del fatto umano, come in Gruppo di modelli: in questa, come in qualche altra opera, la semplice, positiva coralità delle figure ci sembra uno dei risultati più personali e efficaci del Borrelli di questo periodo, al di là delle sue sorvegliate doti di modellazione.
Ma si tratta di un conseguimento provvisorio: la via a un realismo chiaro, fiduciosamente progressista nei contenuti, in quegli anni viene posta ormai in minoranza dal dilagare dei linguaggi di crisi esistenziale dell’uomo moderno.
Possiamo così assistere, verso il 1962-64, a una sorta di travaglio evolutivo nell’arte di Borrelli. Da una parte, con una consistente serie di disegni e litografie (che nel ’64 esporrà a Roma in una mostra personale) egli estremizza in senso espressionistico il precedente racconto sulla figura umana, dall’altra invece va portando la sua scultura su posizioni informali solo residualmente figurative. A ben vedere le due scelte sono piuttosto due versanti intrapresi dall’artista per accostarsi ai linguaggi di ‘crisi’ sopra citati.
Attraverso l’espressionismo delle litografie Borrelli tenta un cambiamento più di tipo contenutistico, trasferendo la figura umana in un clima di cupezza oppressiva, di nudità ed erotismo senza libertà e comunicazione: l’attualità del messaggio viene però inficiata dalla resa linguistica che, nella deformazione segnica e chiaroscurale, tende ad andare indietro, risalendo a modelli pre e postbellici come
l’espressionismo tedesco o quello di Corrente. Così, ad esempio, il Gruppo di modelli della solare composizione in bronzo che abbiamo prima esaminato viene trasferito su carta (ed è uno dei primi casi della pratica borrelliana di rivisitazione di un tema o di uno spunto) nell’oscuro ritualismo di un assembramento di figure, che nelle tipologie e nel segno si riallacciano evidentemente alla Briicke.
Ma Borrelli trova la strada giusta per agganciare le nuove poetiche di ‘crisi’ attraverso l’altro tipo di cambiamento, ossia quello delle forme. L’innesco, come lui stesso racconta nel filmato-intervista per l’Accademia di Belle Arti di Napoli, si deve proprio all’interazione tra due aspetti che abbiamo già detto connotativi del suo fare arte, cioè la paziente manualità artigianale e la ri-utilizzazione. Siamo
sempre sul principio degli anni sessanta, e lo scultore decide di riprendere il soggetto del Cavallino attraverso però un’ardua variante tecnica, attuata con la saldatura di lamine ferrose. Il travaglio della realizzazione lo illumina: la sperimentazione tecnica non può ridursi a servire contenuti che hanno già trovato la loro completezza formale: essa deve portare verso nuovi linguaggi più liberi e attuali.
È con questa premessa che Borrelli intraprende la sua felice produzione scultorea informale. Siamo verso il 1963, e nelle prime opere realizzate certi umori espressionisti che si erano fatti strada nell’artista trovano finalmente un riversamento nuovo e completo nelle scabrità frastagliate dei pezzi di lamiera saldata, da cui si originano epifanie vagamente zoomorfe, portatrici di una tensione inquietante, allusiva di una natura animata dalle angosce dell’uomo contemporaneo.
Sono sculture eleganti, e chiaramente non ignare di alcuni dei migliori conseguimenti del momento in quest’area della ricerca informale sospesa tra neo-figurazione e astrazione organica: così la Figura alata si mostra in rapporto con il bestiario della Richier (cui avevano guardato in ambito napoletano anche Venditti e Cotugno), e il Volo istituisce confronti con la produzione di Ghermandi.
La persistenza di un residuo figurativo nella scultura informale di Borrelli è confermata dai lavori successivi.
Nell’Ipotesi spaziale presentata nel ’65 alla IX Quadriennale di Roma la totemicità verticale della forma evoca sia pure in modo dilacerato una figura umana e mostra analogie (oltre che nell’insieme, in dettagli come i monconi trasversali, o certe forature in sequenza) con i Trofei di Perez. Ma al di là della conoscenza tra i due artisti le somiglianze si spiegano anche meglio nel loro comune risalire al fertilissimo contesto della neo-figurazione esistenziale di matrice inglese, che nella scultura offriva a modello le aggressive
figure meccanomorfe di Paolozzi, e l’inquietante ieraticità degli esseri geometrizzati di Chadwick.
Relitto spaziale, altra opera esposta alla Quadriennale del ’65, induce invece nell’osservatore l’impressione di un’astronave, o anche di un naviglio militare. Ma se ruotassimo in senso verticale l’immagine ci troveremmo di fronte a una forma alquanto somigliante al totem
antropomorfo di Ipotesi spaziale: la metamorficità insita nei linguaggi materico-informali offre dunque – qui come in altri casi – all’attitudine al ri-utilizzo di Borrelli un’ottima possibilità di sfruttare la suggestività evocativa dei punti di vista differenti di una scultura, esaminati anche col sussidio del mezzo fotografico, di cui rivela peraltro un’eccellente padronanza.
Ma nel passaggio dal personaggio alla ‘cosa’ insito nel soggetto di Relitto spaziale la ricerca dell’artista mostra di aprirsi anche ad altre istanze del dibattito culturale di quegli anni, e più precisamente al tema della civiltà industriale e di un futuro tecnologico. Borrelli, ‘ottimista introspettivo’, sembra infatti in una serie di lavori quasi volersi appropriare, attraverso una mimesi costruttiva artigianale, dell”ordigno’ meccanico per poi restituirne una versione non del tutto tranquillizzante, ma in cui le sue implicazioni di dura e pura economia ed efficienza risultano in qualche modo superate dal libero rimontaggio e dalla ricollocazione fattane dall’artista in un futuro di avventura e di ricerche spaziali.
Nascono così fin sulla soglia degli anni settanta numerose opere, spesso accomunate da titoli come Ipotesi spaziali o Relitto spaziale (sono del resto gli anni della corsa allo spazio americana e sovietica), in cui le saldature di lamine, tondini, cannule e retini danno luogo a forme o più liberamente fantascientifiche (Ipotesi spaziale, 1964), o più apertamente connesse con la moderna quotidianità tecnologica, come nel caso di un’Ipotesi spaziale del 1968.
Il recupero e l’utilizzo in queste sculture di veri e propri frammenti di officina se da un alto pone Borrelli in sintonia con quanto negli anni sessanta andavano facendo anche altri artisti napoletani (si pensi alle ‘tavole’ di Barisani o Del Pezzo) dall’altro segnala delle tangenze con le poetiche newdada di assemblaggio, ad esempio di Colla e di César, sospese tra lirismo ironico e polemica antindustriale. Per questa via alcuni pezzi dello scultore possono arrivare a un brutalismo industriale di struttura e materia, come nella
sezione a nervature di un’Ipotesi spaziale del 1967-68, ma più spesso Borrelli si mostra attento a salvarne la valenza estetica, facendo entrare in gioco le finezze della sua pratica di orafo.
Così certe idee ‘primarie’ nel corso degli anni denotano un progressivo arricchimento per mezzo di un’apposizione di soluzioni decorative sempre più organizzate. I grumi a vista delle saldature delle prime opere si trasformano in una sottile ritmica di punti e segni, cui di volta in volta si aggiungono sequenze di tondini, chiodi, anelli, che conferiscono un’aria preziosamente elaborata ai lavori,
accentuata dal ricorso a un procedimento galvanico di cadmiatura del ferro, che li ricopre di una lucentezza argentea. È ad esempio il caso della ri-proposizione della già esaminata struttura totemica del ’65 in una Struttura spaziale del 1968, o di alcune Ipotesi spaziali databili verso il 1967, in cui la trasposizione ingigantita della sagoma di un coltello dà luogo a forme svettanti, peraltro non immemori,
specialmente in una versione, della lezione brancusiana.
È dunque nel segno della paziente manualità artigiana e del gusto decorativo da orafo che Borrelli qualifica infine la sua scultura informale, e il raggiungimento ormai di una completezza di risultati già preannuncia nuove implicazioni di ricerca. Difatti la Struttura spaziale esposta alla Quadriennale di Torino del ’68, così densa di estro decorativo e suggestività metamorfica, di n a poco trova
anche una traduzione in raffinato gioiello; di un’altra forma invece Borrelli, tramite uno studio fotografico, arriva a ipotizzare una versione portata alle dimensioni di grande scultura ambientale.
Sono due esempi di quella cura dell’artista a non separare la sua sperimentazione formale da un’applicazione ‘sociale’, volta a una fruizione intima e collettiva. Sulla soglia degli anni settanta riutilizzo di spunti formali e innovazione tecnica si combinano felicemente in una serie di opere grafiche realizzate con china e sottili strati d’argento, nella quali quasi con magia dagherrotipica riaffiora l’immagine delle principali sculture della stagione informale (si veda ad esempio Ipotesi spaziale del 1971).
Questa sperimentazione su carta, analogamente alle litografie di un decennio prima, segnala in Borrelli la fase preparatoria di una mutazione stilistica. Già nei titoli delle ultime sculture informali, qualificate spesso col termine di Struttura, viene del resto adombrato il desiderio di una costruzione più concettualizzata dell’immagine, in linea col mutare del clima artistico di quegli anni. Ma sul piano sostanziale non è ancora avvenuto un effettivo cambiamento di linguaggio. In aiuto invece arriva, sempre al principio degli anni settanta, lo sforzo di progettazione, ossia di meditazione formale e tecnica, richiesto ali’ artista da alcune commissioni pubbliche.
In particolare, l’ideazione degli Arredi per la Chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio a Posillipo (1971-72), con l’articolata varietà delle soluzioni richieste (altare e tabernacolo, fonte battesimale, lampadari, portaceri, maniglie), sollecita Borrelli verso formule decorative che possano creare da un lato un’unità stilistica d’insieme e dall’altro un equilibrio tra modernità di linguaggio, chiarezza liturgica di lettura e realizzabilità tecnicoartigianale dei manufatti.
Ecco allora che l’artista comincia ad adottare il rigore e la semplificazione geometrica come un principio ordinatore per rileggere la ritmica decorativa del periodo informale. La frequenzialità serrata e brulicante, quasi barocca, dei segni di allora viene disciplinata così in andamenti ortogonali, dove il dinamismo è contenuto in un gioco più intellettuale di contrappunto tra cerchi e quadrati, e tra sottili
avanzamenti e arretramenti dei piani, e in cui le partiture decorative come di consueto sono impreziosite dalla esperienza di orefice dell’artista, evidente ad esempio nella fine rivisitazione del reticolo cloisonné su cui si fondano i bozzetti sia del Tabernacolo per Santa Maria del Buon Consiglio che di una grande Composizione coeva per la Scuola di Quartu Sant’Elena.
Per questa via la scultura di Borrelli realizza, nel corso dei primi anni settanta, il suo passaggio linguistico dall’informale a un’area di ricerca astratto-geometrica, caratterizzata dallo studio di forme e dettagli decorativi di tipo modulare, in grado di essere agevolmente riproposti, in progressività costruttiva’, dalla micro-progettazione di gioielleria fino alla grande scala della decorazione monumentale.
A riguardo ci interessa particolarmente la strutturazione e riproducibilità modulare di alcune sculture eseguite verso il 1972-73. Accomunate dal titolo di Struttura spaziale, esse sono formate da un nucleo circolare o ellittico, decorato da già noti contrappunti di elementi tondi e rettangolari, e attorniato da uno o più anelli ruotanti, posti quasi al modo di orbite astrali.
Se in qualche maniera si possono considerare come la prosecuzione geometrizzata della futuribilità spazialista delle Ipotesi del periodo informale , queste forme – studiate anche in riferimento alle differenti incidenze della luce – sono in realtà connesse con istanze più razionali, di tipo cinetico-percettivo, perseguite in quegli anni da alcuni filoni astrattisti, e non trascurano dunque di guardare alle ricerche del Bauhaus (di cui sicuramente Borrelli avrà condiviso gli assunti di progettualità polivalente e sociale), e
in particolare a quelle di Moholy-Nagy.
Queste Strutture spaziali mostrano, nella loro costituzione con semplici ma eleganti parti modulari, un’efficace duttilità di riutilizzo per progettazioni di natura e scala differenti, così che dopo alcuni anni una di esse, a nucleo circolare, viene riproposta nel pendaglio di una collana, mentre un’altra, ellittica, spazia addirittura dal riutilizzo in oreficeria a una scala gigante, in veste di decorazione per
l’atrio della Scuola San Giuseppe dei Nudi a Napoli.
Nel corso degli anni settanta si intensifica anche la produzione di gioielli di Borrelli, che, sempre secondo i principi della modularità geometrica, realizza una serie di pezzi di elevata qualità (Parure in oro e diamanti con moduli quadrati ricombinabili), talora giungendo a rispecchiarvi l’essenzialità assoluta della scultura minimalista, come nel caso della serie con A nelli; bracciale e collier a fasce
metalliche avvitate, o di un Anello con incastonatura a piramide tronca, che ricorda le forme geometriche primarie di Morris o Judd.
Ad ogni modo nello studio ripetuto, anche su carta e in pannelli di gesso, di schemi modulari, spesso attenti alle valenze cinetico-visuali (Ricerca, 1978), ci sembra che affiori in Borrelli, accanto al gusto sperimentale, l’impegno del didatta, che proprio in quegli anni si trasferisce dall’Istituto d’Arte Palizzi alla cattedra di Tecniche di fonderia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. La cura della
formazione tecnica dei suoi allievi è difatti molto sentita dallo scultore, ‘maestro’ a tutto tondo, e rientra in quella tensione verso un’utilità ‘sociale’ del proprio lavoro di artista che abbiamo evidenziato già all’inizio del saggio, e della quale nel corso degli anni settanta un altro esempio è dato dal suo impegno nel sindacato degli artisti della CGIL.
La sua scultura intanto, sul finire degli anni settanta, evolve verso forme geometriche semplificate, in cui tuttavia il rigore minimalista viene bilanciato da sottili tensioni dinamiche create da linee irregolari di frattura – o meglio di ‘disincastro’ – nella forma e dai contrappunti tra superfici lisce e lucide e gli aggetti di lembi e margini, come ad esempio in Continuum del 1977. Di questa scultura, in cui è certo presente un confronto con le opere realizzate in Italia, partendo da una riflessione su Moore, da Giò Pomodoro e Andrea Cascella, Borrelli crea nel corso dei primi anni ottanta delle varianti modulari basate su accostamenti moltiplicati della forma (Incontri, 1982-84, ma ideato nel 1973), tuttavia a partire da questo decennio l’artista sembra anche adottare spunti di ricerca meno vincolanti.
Così in Ri-costruzione del 1980 egli ottiene una forma di bella purezza, dove ancora una volta le finezze di intaglio da orafo vanno a impreziosire con trafori solo apparentemente casuali la scarna geometria della stele-parallelepipedo. Il significato dell’opera rimanda al devastante sisma di quell’anno, nel senso di un ottimistico incitamento – sottolineato dal deciso slancio verticale dominante sulle
lesioni disgregative – alla rifondazione anche morale della Campania, alla quale lo scultore dedica anche lucide parole intervenendo sulla rivista «Arti visive». In Ri-costruzione si evidenzia anche la progressiva tendenza della scultura di Borrelli di questi anni verso una visione bidimensionale, in cui cioè la gran parte del messaggio formale è organizzato sulla superficie frontale. L’esito più consono a questa tendenza è naturalmente il bassorilievo, che in effetti l’artista adotta di frequente, come nel caso di una Composizione del 1985 in alluminio montato su pannello, che rivisita gli andamenti contrappuntistici (cerchio/ quadrato, avanti/indietro) adoperati in alcune opere dei primi anni settanta alla luce dei successivi interessi cinetico-visuali.
Nel corso degli anni novanta Borrelli oscilla, con quella variabilità di ricerca di cui dicevamo poc’anzi, tra un geometrismo più libero, che dà spazio persino a moderati andamenti organici della linea (si veda Incontro del 1993-94, confrontabile con la produzione di Consagra), e un minimalismo di tipo ottico-percettivo (Struttura ’95, quasi un omaggio a Bury).
Ma ci sembra significativo che in una delle ultime serie di lavori, costituita da bassorilievi in lastre di acciaio e da serigrafie, Borrelli ritorni al rigore geometrico costruttivista, organizzando le superfici metalliche e i fondi secondo incastri dialettici di chiari e di scuri, sottolineati appena da aggiunzioni rarefatte di sporgenze tonde o quadrate. La strutturazione scarna della forma, in cui anche la tensione dinamica sembra obbedire a una necessità funzionale quasi da macchinario, si connette con evidenza alla linea rivoluzionaria dell’avanguardia russa, e in particolare a El Lissitskij.
Borrelli, come l’artista sovietico convinto di una missione sociale e costruttiva di tipo ‘progressivo’ delle arti, malgrado i grandi rivolgimenti anzitutto politici che hanno caratterizzato la storia degli ultimi quindici anni, sembra così voler ribadire, quasi a suggello della propria carriera, la sua testimonianza di fede ideologica e estetica, e anche – augurandoci che ciò abbia la verità profetica delle migliori intuizioni degli artisti – la sua professione di meditato ottimismo circa l’avvenire dell’uomo.
Paolo Mamone Capria

Regolarità geometrica e resistenza della materia

L’artista nel 1977 progetta per una scuola di Napoli una struttura binaria in acciaio inox in cui l’effetto di equilibrata ponderazione è corretto dalla tensione che si crea col contrasto tra la forza che sembra spingere i due elementi a ruotare e a serrarsi in un sol blocco e la resistenza opposta dalle evidenti sfalsature, di spessore e di forma, dei due profili interni, che non potranno mai combaciare. Questo motivo ritornerà in molte opere successive […].
Non è difficile accorgersi che, sia pure in un contesto completamente rinnovato rispetto a quello del materismo oggettuale del periodo precedente, le opere degli anni Ottanta continuano la medesima ricerca dei valori di ritmo che possono scaturire dallo scarto tra la regolarità geometrica del modulo e l’imprevista resistenza di una materia in cui scorre, appena percepibile, ma prontamente colta dalla sensibilità dell’artista, un principio di vita organica […].

Vitaliano Corbi,
in ‘Napoliscultura’, catalogo della mostra, A&C, Napoli 1988

Presenze contemporanee

Su questo binario di an1bivalenze assolute, la coincidenza tra una progettazione ed una soluzione, una proposta ed una idealità, influenza il raffinamento stilistico di un’arteartigianale che non sai entro quali confini determinare, con la prima conchiusa nella seconda e viceversa, per quel continuo innalzamento alle vibrazioni di una civiltà vivente e che si nutre anche delle esperienze della grande architettura, da un Behrens ad un Mies Van der Rohe […].
Egli costruisce, ma non completa, abbozza ma non definisce, enuncia ma non risolve, lasciando liberi a proseguire negli intendimenti di un’arte che è e rimane libera in un suo espandersi, senza chiarificazione. Questo, anzi, è ancora un altro dato concreto di Borrelli scultore nella nostra contemporaneità: anti-classico ma non con astio e con polemica, bensì completamente avulso da quella perfetta definibilità dell’argomentato lasciando il desi derio a tuffarsi ad occhi chiusi nell’avventura e nel misterioso del divenire […].

Marino Maiorino,
‘Una scultura campana’, Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli 1984

Napoli ’82 – Quasi una situazione

FONDAZIONE “21 OTTOBRE 1979”

Patrocinii:
Comune di Napoli, Assessorato alla Cultura
Regione Campania , Assessorato Pubblica Istruzione e Beni Culturali

Antonio Borrelli
Nato a Napoli nel 1928. Dopo un periodo di attività in Cina e ad Hong Kong si stabilisce in Italia, partecipando attivamente alla vita artistica nazionale. Vive e lavora a Napoli.

Principali mostre collettive e rassegne:
1960 · Mostra mercato, Firenze; Triennale di Milano (Oggetti di vetro e metallo). 1961 · 1a Biennale d’Arte del metallo, Gubbio; Mostra Nazionale della Grafica, La Spezia. 1962 – III Premio Internazionale di scultura «Città di Carrara». 1963 – Selezione ’63, Capri (Palazzo Cerio). 1964 – Mostra della Medaglia Contemporanea, Areuo. 1965 – Rassegna d’Arte (Salone di Via dei Fiorentini), Napoli; Biennale del Bronzetto, Padova; IX Quadriennale d’Arte, Roma; III Biennale d’Arte del metallo, Gubbio. 1966 – XIX Premio Suzzara; Mostra d’Arte Sacra, Sorrento; Documenti proposta ’66, Napoli. 1967 · III Rassegna di Scultura del Mezzogiorno, Napoli; V Biennale di Scultura, Carrara; IV Biennale d’Arte del Metallo, Gubbio; Arte grafica Napoli Oggi, Circolo artisti-co, S. Giorgio a Cremano. 1968 – Sculture all’aperto (Museo d’Arte Moderna) Legnano; «La Parete» Teatro S. Ferdinando, Napoli; 126° Esposizione Quadriennale Nazionale d’Arte, Torino; 1969 – Rapporto Uno dal Sud (Club d’Arte «L’Incontro»), Napoli. 1970 – Grafica Italiana (Palazzo Reale), Napoli; Mostra grafica (a cura della sez. A. Gramsci) Bacoli (Napoli). 1972 – Arte Contemporanea (Palazzo Pretorio), Prato; Ricognizione sull’arte napoletana 1950-1970, Studio Schettini, Napoli. 1973 – Mostra dibattito di pittura e grafica, Atella. 1974 – Per la resistenza (Ca-stello Sforzesco), Milano; IV Premio Internazionale di Pittura e Grafica, Firenze; Gli Artisti per il NO (Promotrice Belle Arti), Napoli. 1975 – Gioielleria Internazionale, Vicenza; Scultori Campani per il V Centenario di Michelangelo, Amalfi ; Napoli Situazione ’75, Merigliano (Napoli); Mostra grafica di Artisti Napoletani, Baku (Urss). 1976 · Per la Spagna libera (Piazza del Duomo), Milano; Campania Proposta UNO (Galleria Vanvitelli), Napoli; Aurea ’76 (Palazzo Strozzi), Firenze; Contro un genocidio (Cappella S. Barbara), Napoli. 1977 – Fatti e immagini della città, Napoli; 24 Ore del Gioiello, Roma-Milano; Mostra itinerante di Aurea Arte, Brasile; Linearte ’77, Napoli. 1978 – Protagonisti dell’Arte Orafa (Palermo Aregario), Milano. 1979 – Sculture al Museo d’Arte Moderna, Castellanza. 1980 – I Nuovi contributi dell’Arte orafa italiana (Istituto Culturale Italiano), Stoccolma; Arte ’80 (Promotrice Salvator Rosa), Napoli. 1981 – Napoli Stereotipo e Realtà (Galleria Dahoniana), Napoli.

Principali mostre personali:
1964 · Litografie di A. Borrelli, Libreria Terzo Mondo, Roma. 1969 – Museo civico, Bologna. 1971 – Mostra di Grafica, Firenze; Personale di Pittura e grafica, Vinci. 1978 – Centro Sud Arte, Scafati. 1981 – Circolo della Stampa, Napoli; Mostra di pittura e scultura, Galleria Principi, Napoli.

Indicazioni bibliografiche essenziali:
P. Ricci, 27 giovani artisti napoletani scelti da un critico, nel catalogo della mostra, Salone delle Terme Vesuviane, Torre Annunziata, 1967.

Il ruolo delle forze del lavoro intellettuale

«La penisola è tagliata in due, questa volta di fatto», era stato scritto dalla stampa nei giorni del terremoto, ora non ne parla quasi più.
Se ne trova traccia nelle pagine di cronache delle Regioni colpite e prevalentemente si tratta di «reperimento di aree», di «appalti», di «ditte» di «commissioni interpartitiche», di «spartizioni», di «intese politiche», di «zuffe», di «esclusioni», di «anticipazioni», di «collocazioni», e si potrebbe mal continuare. […] La città sconquassata, centinaia di migliaia tra disastrati e senzatetto, scuole occupate, bus occupati e utilizzati per alloggio così pure navi e containers, interi quartieri recintati, centoventimila disoccupati, l’economia in ginocchio significano e significheranno per anni provvisorietà, baracche, coabitazioni forzate, in una parola un pauroso
abbassamento della qualità della vita per tutta la città e la perdita definitiva di una identità resa già problematica dal degrado preesistente.
[…] In questo quadro il rischio delle forze sane della cultura è di cadere nella logica della rassegnazione e della così detta ‘cultura dell’emergenza’ che è a fondamento dell’iniziativa conservatrice, che tenterà di prolungare oltre ogni ragionevole misura l’emergenza, e di ridurre semplicisticamente tutto ai prefabbricati e alla scelta delle aree. Le forze intellettuali non devono cadere in questa
trappola.
Il grosso rischio è che la ricostruzione venga affidata ai responsabili dei vecchi guasti del Sud.
Si tratta invece di alimentare una realtà culturale di piano e del controllo democratico per coinvolgere ed impegnare intellettuali e professionisti onesti per dar loro un ruolo attivo nella determinazione delle scelte culturali e politiche.
Il futuro si costruisce utilizzando le potenzialità offerte dalla scienza in un clima nuovo di riconversione e di certezze di commesse per molte aziende meridionali oggi in crisi.
Si tratta di elaborare un piano di ricostruzione che tenga conto, anzi che parta dalle ricerche scientifiche sul territorio, sul rischio sismico, vulcanico, dell’assetto idrologico del territorio, dell’assetto della mappa agraria, del Piano Regolatore per l’industria, per poter decidere, documentati sugli aspetti istituzionali, agrari, industriali, urbanistici, culturali, ambientali, economici del territorio.
Contro quale realtà dovranno battersi le forze sane della cultura lo si può appena immaginare. Andrebbe elaborata anche una mappa contro il rischio di essere travolti dai grovigli di interessi politici, economici anche ‘culturali’ che hanno creato e creano ‘spazi consistenti’ all’eversione, alla degradazione delinquenziale, alla camorra e, mal continuando, agli abusi, ai soprusi, ai favori, ai ricatti, ai sequestri, agli omicidi, agli avvertimenti alle gambe di chi forse ‘non vuol capire’ e chi lotta per il risanamento di queste pratiche aberranti del ‘sistema’ che ai livelli più alti si manifesta con modelli tali da fare impallidire il cittadino, il lavoratore, l’intellettuale.
Ecco, le forze della cultura, non devono lasciarsi travolgere da questa realtà, ma battersi con maggiore determinazione per il risanamento e il rinnovamento del Paese […].

Antonio Borrelli,
‘Napoli: quale ricostruzione? Il ruolo delle forze del lavoro intellettuale’, «Arti Visive» n. 2, Roma, giugno 1981

Per nuove forme di aggregazione in Arti Visive

PER NUOVE FORME DI AGGREGAZIONE

Di fronte al dedalo dei problemi del settore delle Arti .e della Cultura l’artista, l’operatore delle arti visive, vive il disagio di molteplici compromessi che comportano lacerazioni, a volte insanabili, prodotte dall’urto delle sue esigenze, della sua sensibilità, con la dura realtà che lo circonda.
Queste inquietudini, affanni, a volte disperazione, concorrono a far perdere la serena visione dei dati reali dalla cui analisi dipende, in definitiva, la possibilità di soluzione dei problemi civili, umani e culturali. Troppo spesso si cercano collocazioni e ruolo degli artisti in obiettivi fumosi e velleitari mentre i problemi reali sono sotto i nostri occhi. In realtà non si riesce a formulare una piattaforma vertenziale capace di mobilitare e aggregare più larghi settori di operatori delle arti visive su obiettivi concreti e immediati.
Le rivendicazioni economiche, civili, sociali e cu lturali della categoria vanno posti nella prospettiva di responsabile valutazione della nostra condizione interna e della situazione esterna, altrimenti si ricade .nel vezzo di voler rincorrere il vento. Gli obiettivi vanno posti in relazione al nostro stato di potere, di determinazione e di ricezione degli interessi della categoria.
La programmazione (utilizzo e distribuzione dei finanziamenti e delle competenze – tempi e metodologie di intervento – contenuti), deve essere realizzata nel confronto dei sindacati, garantendo momenti di verifica con le forze organizzate della democrazia e con le istituzioni del decentramento.
La federazione deve attrezzarsi per sviluppare l’attività permanente attraverso il potenziamento delle forze locali al fine di stimolare momenti pubblici di confronto con le realtà territoriali di base.
Per questo si rende necessario insistere nell’incalzare le confederazioni (anche con interventi ai vertici) della CISL e UIL per un rafforzamento qualificato delle loro organizzazioni degli artisti, elemento pregiudiziale per un rapporto unitario e di confronto.
E’ subito opportuno sottolineare (e va a merito della federazione) che la ricerca di nuove linee programmati che, attraverso gli interrogativi posti, sono la diretta conseguenza della frantumazione di una linea socio-politica-culturale (di tutta la sinistra) saltata con l’urto della grande crisi.
La conferenza nazionale di produzione della FNLAV può essere un’occasione decisiva per la vita stessa della federazione dopo la svolta operata dal V Congresso. Si tenta con ressa di affrontare non so lo temi e problemi sindacali e politici ma temi e problemi di carattere produttivi e della condizione e funzione della produzione degli artisti italiani.
E’ prevalsa la tesi (anche se vi saranno dei contributi dei sindacati provinciali più organizzati) di tenere prima la conferenza nazionale per poi irradiarla sul tessuto provinciale dell’organizzazione, questo, secondo me (e non mi sfuggono le difficoltà economiche e organizzative della linea inversa), è un grosso neo che si pagherà in termini di analisi e contributi lacunosi sulle realtà territoriali delle nostre province.
Ciò non toglie che, con il confronto dei contributi esterni, la conferenza segnerà certamente uno dei momenti più significativi nella vita della federazione. Dovranno affrontarsi temi di scottante attualità che vanno dalla programmazione nazionale al decentramento regionale delle “cose” dell’arte e rispondere, con dati rea.li, su problemi insoluti quali le strutture organizzative regionali che fino ad oggi son rimaste pure indicazioni.
Il problema della committenza opera destinazione non può più essere visto nell’ottica della separazione e dell’alternativa, come io stesso scrivevo nel ’74-75, ma deve essere affrontato globalmente se si vuol recuperare alle organizzazioni sindacali la loro reale funzione e riottenere la fiducia della grande maggioranza degli artisti o lavoratori delle arti visive.
Per quali obiettivi: “Quello generale a cui siamo chiamati dalla logica stessa dei fatti – per un profondo rinnovamento morale, politico, civile e culturale della nostra società – a cui gli artisti non possono essere estranei”.
Quelli particolari e immediati della categoria che vanno dalla riforma dei grandi enti espositivi, della committenza pubblica, del mercato privato, agli enti locali, Regioni, Prnvince, Comuni, potenziali interlooutori e committenti del prodotto artistico. Su questi punti occorrono i dati reali che solo la ricerca specialistica può fornirci. L’operatore di base può fare solo delle constatazioni negative sull’evasione e sordità delle istituzioni nazionali e locali e sulla debolezza o inesistenza delle organizzazioni sindacali degli artisti.
Su questo credo non vi siano demarcazioni notevoli tra Nord e Sud tranne che a Nord esiste (anche se in crisi) un mercato di “superfice” e un mercato “sommerso” a Sud non è mai esistito, o quasi, per cui la disoccupazione intellettuale assume o aspetti di drammatica prostituzione o di “orgogliosa sovversione”. Cosl che una strategia più aggressiva del movimento per il Mezzogiorno è
oggi più “dovuta” del passato. Con quali forze unirsi e battersi per la “Speranza” di una inversione di tendenza? Certamente non solo con le forze attuali del sindacato ma con tutte “le forze del territorio che costituiscono fa memoria e la testimonianza di lotte, di sacrifici, di impegni e di pratiche culturali e politiche, democratiche e progressiste”.
Ma tenendo ben conto di come si sposta il ruolo dell’intellettuale, in breve tempo, e come muta il suo comportamento in rapporto
ai problemi del giudizio e agli schemi ideologici confezionati. Pertanto la garanzia del pluralismo e dei rapporti paritetici devono essere chiari e riconoscibili in tutte le direzioni. Voglio dire, dallo schema indicativo proposto, ben venga una Conferenza conflittuale con la partecipazione di forze che, costruttivamente, vengono ad esporre, in legittimità, le ragioni del loro dissenso sulle linee della federazione.
Bonadonna sottolineava nell’intervento al VI Congresso di Napoli che “gli artisti e le loro opere non vanno intesi come decorazione del movimento ma portatori di linee originali-culturali-unificanti del movimento; […] le commissioni ideologiche non sono pertinenti con il movimento sindacale”.
Una politica di alternativa che si riduce a un’alt·ernativa formalista (con tutto il rispetto per il formalismo) di donazione di opere di artisti con o senza denominazione di origine controllata, non può essere più perseguita da nessuno, pena l’allontanamento di forze vive, autorevoli e non, della produzione artistica.
Un rapporto nuovo, quindi, tra gestione e democrazia e tra democrazia e cultura, dove per gestione democratica occorre intendere l’invenzione di un modello nuovo di utilizzazione delle risorse e del “patrimonio storico collettivo” per un generale processo di emancipazione del civile. Ma a un tale orizzonte di potenzialità positiva, corrisponde, nella gestione governativa centrale e periferica, un uso dissennato e contraddittorio del patrimonio, si pensi alle istituzioni che amministrano, conservano e producono il patrimonio dei Beni Culturali civili e storici: musei, gallerie, archivi, artigianato, scuola ecc. Un uso che ha raggiunto livelli emblematici di degradazione e mercificazione, attraverso il quale passa, forse, il disegno di una gestione privatistica del patrimonio dei beni culturali.
E’ crisi, quindi, di ordinamenti, di metodi e di contenuti culturali. Ed è in questo contesto generale che va sviluppato il dibattito, puntando ad un uso sociale del patrimonio culturale come sua classificazione e prospettiva e quindi utilizzazione positiva e produttiva delle forze della cultura.
La conferenza di produzione deve tentare un’analisi che partendo dall’identificazione delle vertenze, non intese più solamente come difesa immediata di categoria, ma rierca di una strategia di attacco, sia capace di avviare nuove forme di aggregazione organiche di alleanza alla FNLAV, per promuovere nuovi livelli di articolazione della democrazia, per un nuovo processo di sviluppo e trasformazione civile produttivo e culturale. Questi nuovi processi passano e si stratificano su strutture di aggregazione democratiche quale può essere appunto il sindacato FNLAV-CGIL.
Antonio Borrelli,
membro del comitato direttivo della FNLAV-CGIL

Per uno spazio attrezzato in Arti Visive

PER UNO SPAZIO ATTREZZATO

La mancanza di programmi e di riferimenti precisi, sociali-culturali, ricreativi,
ha determinato ll’abbandono della “Casina dei fiori”, una struttura notevole, per la nostra città, ma slegata dal più vasto complesso della villa Comunale.
Il problema è stato riproposto con l’occupazione da un gruppo di giovani disoccupati che si riconosce nella Federazione Giovanile Comunista e ha avuto il merito non solo di richiamare l’attenzione della opinione pubblica e degli Enti preposti, ma anche di aver richiesto concretamente un uso più razionale del complesso al servizio dei cittadini ed in particolare dei giovani.
La Casina dei fiori,di fatto,sià compone di un ampio palcoscenico a teatro, di uno spazio libero antistante ecc., che andrebbero recuperati ad una funzione culturale di promozione. Intendo dire laboratorio di ricerca e di riappropiazione dei processi di creatività in campo artistico-artigianale, sale per incontri, mostre, convegni, teatro sperimentale, recupero del “Teatro dei Pupi” (è stata allestita recentemente una bella mostra nel Padiglione Pompeiano) e via continuando, per un centro sociale culturale ricreativo e quindi: un punto d’incontro tra operatori del mondo della scuola, del lavoro,della cultura,in breve un centro Polivalente.
La struttura andrebbe integrata, con interventi minimi, per ottenere spazi coperti per sale al chiuso (così da non ridurla ad attività stagionale) ed attrezzando lo spazio all’aperto a luogo di incontri in prosecuzione spaziale alla Villa Comunale, con attrezzature ricreative per l’infanzia.
Insomma uno spazio Attrezzato al servizio della cittadinanza “per la quale” potrebbe prender corpo l’ipotesi di congiungere la Villa Comunale con la Casina dei Fiori e in seguito con la costa e il mare, incanalando, per la prima ipotesi, il flusso automobilistico tutto per via Caracciolo, per la seconda ipotesi, il traffico sotterraneo
e la superfice tutta verde fino al mare.
Per l’OGGI, dovrebbero interessarsene alcune organizzazioni di massa (un organismo snello} – l’ARCI – il FNLAV – il Consiglio di Circoscrizione e rappresentati qualificati dei Partiti per la stesura di un documento unitario di proposta, di programma e di gestione democratica per la trasformazione della Casina dei Fiori in Centro Culturale Polivalente per la Città.
Antonio Borrelli,
membro del comitato direttivo della FNLAV-CGIL

Campo Zero – PC (Politica e Cultura)

LE STRUTTURE PUBBLICHE IN ABBANDONO: “LA CASINA DEI FIORI”

La mancanza di programmi e di riferimenti precisi, sociali-culturali, ricreativi,
ha determinato ll’abbandono della “Casina dei fiori”, una struttura notevole, per la nostra città, ma slegata dal più vasto complesso della villa Comunale.
Il problema è stato riproposto con l’occupazione da un gruppo di giovani disoccupati che si riconosce nella Federazione Giovanile Comunista e ha avuto il merito non solo di richiamare l’attenzione della opinione pubblica e degli Enti preposti, ma anche di aver richiesto concretamente un uso più razionale del complesso al servizio dei cittadini ed in particolare dei giovani.
La Casina dei fiori,di fatto,sià compone di un ampio palcoscenico a teatro, di uno spazio libero antistante ecc., che andrebbero recuperati ad una funzione culturale di promozione. Intendo dire laboratorio di ricerca e di riappropiazione dei processi di creatività in campo artistico-artigianale, sale per incontri, mostre, convegni, teatro sperimentale, recupero del “Teatro dei Pupi” (è stata allestita recentemente una bella mostra nel Padiglione Pompeiano) e via continuando, per un centro sociale culturale ricreativo e quindi: un punto d’incontro tra operatori del mondo della scuola, del lavoro,della cultura,in breve un centro Polivalente.
La struttura andrebbe integrata, con interventi minimi, per ottenere spazi coperti per sale al chiuso (così da non ridurla ad attività stagionale) ed attrezzando lo spazio all’aperto a luogo di incontri in prosecuzione spaziale alla Villa Comunale, con attrezzature ricreative per l’infanzia.
Insomma uno spazio Attrezzato al servizio della cittadinanza “per la quale” potrebbe prender corpo l’ipotesi di congiungere la Villa Comunale con la Casina dei Fiori e in seguito con la costa e il mare, incanalando, per la prima ipotesi, il flusso automobilistico tutto per via Caracciolo, per la seconda ipotesi, il traffico sotterraneo
e la superfice tutta verde fino al mare.
Per l’OGGI, dovrebbero interessarsene alcune organizzazioni di massa (un organismo snello} – l’ARCI – il FNLAV – il Consiglio di Circoscrizione e rappresentati qualificati dei Partiti per la stesura di un documento unitario di proposta, di programma e di gestione democratica per la trasformazione della Casina dei Fiori in Centro Culturale Polivalente per la Città.
Antonio Borrelli,
membro del comitato direttivo della FNLAV-CGIL

Ichnographia Neapolis – Mostra Nazionale Arti Visive

ICHNOGRAPHIA NEAPOLIS
Mostra Nazionale Arti Visive
dal 7 al 28 maggio 1977
Maschio Angioino, Cappella Santa Barbara (Napoli)
CGIL Napoli

“per la nuova sede della Camera del Lavoro di Napoli, una struttura moderna al servizio della democrazia e dell’unità dei lavoratori”.

 

Gli artisti nella crisi – atti del VI congresso CGIL

Napoli, 1 – 3 aprile 1977

Un dato che noi dobbiamo analizzare è quello della regressione anche numerica degli iscritti rispetto al 197 5, come faceva rilevare la relazione di Voltolini. E questa considerazione, questo dato di fatto non può essere non collegato anche alla tormentata vicenda del V Congresso. Cioè, questa situazione è anche da attribuire a certe frange .che facevano parte del sindacato e che sibillinamente hanno condotto una certa opera di declinazione rispetto ai nuovi organismi sindacali che si ponevano come prospettiva non più i vecchi metodi, ma si ponevano come prospettiva il cambiamento sostanziale del sindacato per collegarlo realmente a tutto il movimento e alla CGIL.
Detto questo, noi con questo Congresso credo che ci proponiamo un nuovo salto di qualità per il futuro. Ma un nuovo salto di qualità ohe deve farci guardare le cose con attenzione, con serenità e con rigore; cioè è mutile aspettarsi, come spesso si pretende, che i Direttivi o le Segreterie risolvano i problemi della categoria. I Direttivi e le Segreterie possono, in rapporto al contributo complessivo del sindacato, del movimento, riuscire a tracciare delle linee che, se portate avanti da tutti i compagni, dalla Sicilia, dalle isole, a Milano, a Genova e a Venezia, allora sl che faremo questo salto di qualità.
E’ chiaro, però, che per realizzare questo noi dovremmo avere delle idee chiare su alcuni punti. Per esempio, Calabria ha accennato, appunto per dare degli strumenti al sindacato, affinché questo salto di qualità avvenga e si realizzi, a tre Commissioni. Una è la Commissione ideologica, che pare si sia precisata meglio come una Commissione di studio, che dovrebbe mettere a punto una ricerca precisa sulla reale entità, non numerica ma nel senso di capacità di intervento della categoria sul tessuto reale della società. E questo mi pare che senz’altro vada accettato. Un’altra Commissione è stata indicata come quella della sperimentazione, che deve portarci a tentare nuove vie esplorative per dare queste possibilità di verificare e andare ad analizzare, là dove è possibile e dove è produttivo, un nostro intervento. Una terza Commissione è stata indicata come quella economica… Ecco, su questo mi soffermerei, per tutte le implicazioni che può significare una Commissione economica, e tornerei un po’ indietro anche a certe enunciazioni che sono contenute nella relazione di Voltolini e che a me hanno posto degli interrogativi. Cioè, quando Voltolini ha parlato della tessera di 10mila lire che, rispetto alle altre categorie di lavoratori è la quota più bassa di tessera sindacale della CGIL, dice una verità incontrovertibile.
Però, secondo me, la soluzione dei problemi economici amministrativi per un’autonomia del sindacato noi non possiamo aspettarcela da un rincaro delle quote della tessera. Secondo me, bisogna andare a una visione di tipo diverso del nostro sindacato rispetto alle altre categorie di lavoratori che aderiscono alla CGIL. Noi non saremo e non potremo essere mai un sindacato che riesce a raggruppare decine di migliaia di iscritti, tranne che non si voglia parlare di prospettive avveniristiche di qui a cinquant’anni. Penso, quindi, che una nostra analisi come Congresso, deve mettere un punto fermo su quelli che dovranno essere i nostri rapporti con il centro, con la CGIL in senso generale. Cioè, se noi siamo un sindacato organico alla CGIL, se certe nostre caratteristiche sono tali che non possono consentirci un’espansione di iscrizioni da arrivare a un numero tale da rendere così autosufficiente la vita amministrativa della Federazione, questo è un problema che va affrontato subito con i centri della CGiiL. Diversamente, noi corriamo
il rischio, da una parte, di vivere sempre una vita asfittica, senza possibilità nemmeno di convocare più di una volta il Direttivo perché non ci sono i fondi. Ma l’altro aspetto, secondo me più importante, che ha toccato nell’intervento Calabria è quello di non trasformarci in pseudoburocrati o sindacalisti della CGIL, nel senso della ripresa del discorso del nostro specifico, che noi siamo degli operatori delle arti visive e il nostro specifico resta quello. Ora, se noi siamo una componente organica della CGIL, dobbiamo anche presentare questi dati in modo molto chiaro e preciso e chiedere alla CGIL quel contributo idoneo a farci superare certe nostre difficoltà organizzative, e la CGIL non può pretendere da noi di trasformarci in una forma di pseudorganizzatori culturali o sindacali. Questo lo dico in piena cognizione e coscienza, anche per la vecchia militanza e nel Sindacato e nel Partito comunista cui sono iscritto da quasi trent’anni.
Dobbiamo riflettere su questo punto e dobbiamo dirci chiaramente che noi dobbiamo assumerci certe nostre responsabilità nel campo delle analisi da condurre sul piano territoriale. E qui aprirei un’altra parentesi di riflessione al Congresso. E’ giusto che uno dei settori di nostra preoccupazione costante e di intervento devono essere le grosse manifestazioni nazionali? Secondo me, uno dei momenti principali che comportano questo salto di qualità è il collegamento sul piano territoriale. Noi dobbiamo ricercare la controparte non soltanto della Biennale, della Triennale e della Quadriennale, quanto sul piano territoriale con le Sovrintendenze e con tutte le istituzioni pubbliche del territorio, cioè rivendicando, per quanto riguarda, per esempio, la situazione Campania, una partecipazione ai calendari delle manifestazioni che si vanno a svolgere nella nostra città o complessivamente, in Campania. Molto spesso avviene che si fanno delle manifestazioni a carattere internazionale che servono soltanto per coprire un vuoto di iniziative nei settori produttivi degli operatori delle arti visive, dell’artigianato, della parte più viva e più attiva sul territorio provinciale e regionale. Per questo, noi dobbiamo rivendicare una nostra presenza in questi calendari di elaborazione di mostre ed esposizioni sul piano territoriale. Cioè, ben vengano le Mostre, anche noi le sollecitiamo, Mostre di informazione, conoscitive di quanto avviene in campo internazionale, ma dobbiamo privilegiare il prodotto che nasce nel nostro territorio. Ecco la necessità di partecipare a queste Commissioni che stabiliscono i calendari, per modificare questo andamento che si potrebbe facilmente chiamare andazzo, di certe manifestazioni che servono soltanto a coprire certi vuoti spesso dovuti a inerzia o a volontà ben precise di non portare avanti certa produzione del territorio che andrebbe rivalorizzata proprio in senso produttivo.
E’ venuta da più parti la sollecitazione che ci sia un collegamento più stretto, più puntuale, più preciso tra centro sindacale e direzioni sindacali provinciali. Secondo me, noi dobbiamo puntare a breve termine, in una delle prime riunioni del Comitato direttivo, a stabilire un piano di vertenze interregionali che riesca a collegare tutte le Regioni. Io penso che quanto esposto circa la situazione degli Enti espositivi locali e regionali è un punto che può essere ripreso dalle altre regioni d’Italia. Questo, quindi, può essere uno dei punti per una vertenza nazionale del sindacato.
Spero e ribadisco che quel salto qualitativo che si desidera venga fatto da questo Congresso non venga preteso dai nuovi organismi direttivi e dalla Segreteria, ma sia un impegno di tutti noi del Congresso nazionale e che va ramificato a tutte le istanze provinciali, perché solo attraverso questa mobilitazione noi riusciremo a fare chiarezza sul nostro ruolo e riusciremo a portare avanti il nostro sindacato.
Antonio Borrelli,
membro del comitato direttivo della FNLAV-CGIL

Campania Proposta Uno

Le ricerche spazio-strutturali di Antonio Borrelli approdano con inaspettata evidenza al mondo delle immagini totemiche orientali; e non a caso del resto, perché l’artista è vissuto per un certo tempo in Cina. Le sue figurazioni fitte di episodi plastici: sporgenze, buchi, segni e linee radiali, che si dipartono dal centro dell’immagine, spingendosi vigorosamente verso l’esterno come spinti da una energica forza esplosiva, mantengono, tuttavia, pur nella loro molteplicità di episodi particolari, una assoluta essenzialità e unità volumetrica.
Difficile ridurre nel segno grafico, per sua natura stessa astratto e sintetico, una immagine che si caratterizza e si concreta nella piena sfericità, nella continulta nello spazio e negli innumerevoli aspetti visuali delle sue strutture. Per lo scultore, il disegno in genere rimane uno strumento sussiduario, nel processo creativo e ha la funzione di registrare le successive fasi attraverso le quali quel medesimo processo approda alla definizione dell’immagine. Borrelli, con queste sue curiose “tavole” argentate – che hanno qualcosa di “remoto” e di misterioso e che ricordano i segni magici che ornano certi codici delle antiche religioni dell’Oriente – mi pare sia riuscito a realizzare, con un segno libero e autonomo, una serie di immagini che si collegano e si inseriscono con naturalezza nel contesto della sua opera di scultore, senza esserne la letterale traduzione, il fascino di queste “tavole” del Borrelli risiede anche nel modo come oggetti ed elementi tratti dalla realtà comune, quotidiana: pezzi di motori e di altre macchine utensili, ferme nel mondo vegetale ed antropomorfe, riescono ad amalgamarsi ed a fondersi, dando vita ad un “evento” che è, ad un tempo, fantastico, anzi fantascientifico e umilmente umano.
Paolo Ricci

Pittori per la Spagna libera

Mostra vendita di solidarietà per i detenuti politici spagnoli
dal 26 marzo al 4 aprile 1976
Piazza Duomo, Palazzo del Turismo, salone ammezzato
ore 10:00-12:30 e 16:00-18:30

In un discorso alla Casa della Cultura di Valencia, tenuto nel novembre del ’36, Antonio Machado constatava un fatto di primaria importanza per la causa della Repubblica impegnata nella lotta contro il franchismo e i suoi alleati: “Gli intellettuali stranieri” – diceva – “sono col popolo spagnolo. Ve ne sono già considerevoli prove”. Machado allora non poteva tuttavia sapere quanto la resistenza popolare spagnola stesse contribuendo nel mondo alla formazione antifascista di tanti fra quegli intellettuali.
È infatti con la guerra di Spagna che molti di essi hanno preso una giusta coscienza politica dei problemi.
Anche in Italia. Più d’uno degli artisti che espongono in questa mostra, organizzata dal ” Comitato Lombardo Spagna Libera “, è proprio in quegli anni e per il valore di tale lotta che ha fatto l’irreversibile scelta antifascista. Questa mostra è quindi anche un segno di riconoscenza.
Ma tutti, anche i più giovani, hanno un debito con la Spagna, un debito per l’esempio straordinario che oggi ce ne viene, per il suo coraggio, per le indicazioni unitarie che maturano nell’azione di tutte le forze popolari, per l’indomita passione dei suoi militanti. E anche per la voce mai spenta dei suoi poeti, per le immagini non mai neutrali dei suoi migliori artisti.

L’aiuto che da questa mostra potrà venire al popolo spagnolo, dal punto di vista ” concreto “• non sarà forse gran cosa di fronte alle esigenze che la lotta odierna richiede, ma il segno della solidarietà che in essa si esprime possiede indubbiamente una energia di mobilitazione ideale e morale che certo non mancherà di persuadere e dare i suoi frutti più sicuri. È anche la solidarietà internazionale a sgomentare i continuatori del regime franchista, che oggi sembrano smarriti davanti alle crescenti iniziative popolari. “Il panico del diluvio” ha detto Juan de Mairena, “è incominciato dai pesci”. La sentenza mi pare calzante per ciò che riguarda oggi i rappresentanti del nuovo governo monarchico. E’ in questo quadro che va dunque considerata la mostra promossa ora dal Comitato Lombardo Spagna Libera. Gli artisti italiani, offrendo le loro opere, hanno reso omaggio anche al ricordo di Pablo Picasso, alla sua fede repubblicana. Nel ‘37, rivolgendosi agli artisti americani, in occasione di una loro mostra d’aiuto e solidarietà, simile a quella che si inaugura oggi per decisione degli artisti italiani, Picasso affermava: “Gli artisti, che vivono e lavorano nell’ambito dei valori spirituali, non possono e non devono rimanere indifferenti a un conflitto in cui sono in gioco i più alti valori dell’umanità e della civiltà”. Esponendo qui le loro opere, gli artisti italiani dimostrano, appunto, di non essere “indifferenti”.
Mario De Micheli.

Napoli Situazione 75

Marigliano (Napoli), 12 ottobre – 2 novembre 1975

Il ruolo dell’«artista» non è più solo quello di «registrare» o sviluppare funzioni, norme e valori estetici ma, in più, quello di dare il proprio contributo creativo al processo di trasformazione del civile come ipotesi di trasformazione e costruzione della realtà futura.
Se produrre, generare, costruire è un problema di fondo dell’uomo, tutto quello che viene tentato, sperimentato, cercato è umanamente legittimo e
questo non può essere ridotto a solo produttivismo utile o pseudo-utile alla civiltà dei consumi.
Assunto che il «tutto» è più della somma delle singole parti, bisogna riconoscere che questo «più» è dato non solo da una condizione primaria, ma oggi come ieri, dalla libertà dell’uomo di intervenire per modificare e ipotizzare nuovi modelli sociali – umani – culturali.
Nella (mia) ricerca, nel (mio) lavoro esiste come modello primario un muoversi, un agire, un costruire progressivo ed espansivo che mira ad uno spazio concreto, a uno spazio reale costruito, continuamente teso a «modificare» quanto già registrato (che per questa sua qualità è RESISTENTE).
lo credo che bisogna partire da questo dato «Resistente» per avviare nuove ipotesi di lavoro, pur nella consapevolezza di tutte le compromissioni.
Antonio Borrelli
in ‘Napoli situazione 75’, catalogo della mostra, Marigliano 1975

Amalfi a Michelangelo – mostra di scultori campani

Antichi Arsenali della Repubblica Amalfitana
AGOSTO-SETTEMBRE 1975 – AMALFI (SA)

“AMALFI A MICHELANGELO”
nel V centenario della nascita

È una scultura, questa di Borrelli, che ha una sua precisa identificazione; che non attiene alla circoscrizione tradizionale del figurativo detto «scultoreo», ma in una ampiezza iconografica sostanzialmente convergente con i simboli delle scienze delle costruzioni cantieristiche, ove ogni comportamento è praticato nella complessità costruttiva secondo dati e formule r ispondenti ad uno scopo ben definito. Ma dobbiamo aggiungere ancora dell’altro, per quei tanti qualcosa che fan pensare alle idealizzazioni delle immagini che vanno oltre il figurale, perché non è difficile identificare in particolari esplorazioni pure conseguenze di raccordate astrazioni, comunque riposte ad implicazioni di ricerche gravitanti su quell’immagine sospesa, vera e propria percezione di concetti puri, di estraneazioni irreali, sempre nel tramite di una linguistica poetica lucidamente strutturata nel senso che incide, nel concetto che significa, nella semiosi esistenziale che indaga. Qui l’intuizione ideale coglie il tempo di un frullo estetico, ribattendo l’incomunicabile nel rapporto tra assoluto e spirituale e materialità stessa. E non è neppure in questo che il compito dello scultore si esaurisce, perché il travaso di una prima idea astrattizzante in una seconda di possibile concretizzazione segna la presenza e l’evidenza di una sollecitazione al limite tra pensiero idealistico e quello scientifico in una reciproca contrapposizione, che, quasi in codice analitico, riflette il significante nell’interpretazione.

Notiziario Advertising Agency P.P.

Marigliano (Napoli), 12 ottobre – 2 novembre 1975

Il ruolo dell’«artista» non è più solo quello di «registrare» o sviluppare funzioni, norme e valori estetici ma, in più, quello di dare il proprio contributo creativo al processo di trasformazione del civile come ipotesi di trasformazione e costruzione della realtà futura.
Se produrre, generare, costruire è un problema di fondo dell’uomo, tutto quello che viene tentato, sperimentato, cercato è umanamente legittimo e
questo non può essere ridotto a solo produttivismo utile o pseudo-utile alla civiltà dei consumi.
Assunto che il «tutto» è più della somma delle singole parti, bisogna riconoscere che questo «più» è dato non solo da una condizione primaria, ma oggi come ieri, dalla libertà dell’uomo di intervenire per modificare e ipotizzare nuovi modelli sociali – umani – culturali.
Nella (mia) ricerca, nel (mio) lavoro esiste come modello primario un muoversi, un agire, un costruire progressivo ed espansivo che mira ad uno spazio concreto, a uno spazio reale costruito, continuamente teso a «modificare» quanto già registrato (che per questa sua qualità è RESISTENTE).
lo credo che bisogna partire da questo dato «Resistente» per avviare nuove ipotesi di lavoro, pur nella consapevolezza di tutte le compromissioni.

Antonio Borrelli
Il notiziario riporta l’articolo di ‘Napoli Situazione 75’, Marigliano 1975

Dalla crisi al Magistero

Siamo quasi alla fine della stagione artistica ed un resoconto del suo andamento ci sembra non solo opportuno, ma anche doveroso in quanto viene ad evidenziare lo sforzo delle gallerie private attuato nella gestione di una attività, a Napoli, per niente redditizia. E se oggi appunto si può parlare qui da noi di una attività artistico-culturale per la maggior parte lo si deve alle
iniziative private che hanno dato, nei limiti delle proprie possibilità economiche, l’avvio, unitamente alla capacità e alla volontà di alcuni critici militanti, verso un discorso di interesse per l’arte contemporanea. Così all’attività delle gallerie del centro della città: la Modem Art Agency diretta dal
sorprendente Lucio Amelio che in sei anni di attività è riuscito ad imerinsi nell’ambito dei grandi galleristi; il Centro che, sia pur privo di mordente nella organizzazione di rassegne, offre esposizioni dell’avanguardia già storicizzata, fa riscontro l’attività delle gallerie della collina che mostrano buone chances per inserirsi nella problematica dell’arte contemporanea e contribuire non poco al risveglio in atto che si avverte nella nostra città.
Il Centro d’Arte Europa ha organizzato la mostta personale di Armando De Stefano: una rassegna che ci ha dato la possibilità di osservare, attraverso le opere del 71-72, gli sviluppi della poetica dell’autore. Una poetica appunto che nel suo svolgersi ha mostrato precise caratteristiche morfologiche di indagini sul reale circostante attraverso uno sguardo retrospettivo della storia, intesa sia a livello di vicende e sia a livello di pittura mediante una iconografia che ne rispecchia appunto la portata significante. I temi di queste opere sia pur ispirandosi, in modo meramente riferenziale, al periodo storico del primo romanticismo – dove passionalità e sentimento erano gli elementi vitali per l’espressione poetica, si presentano da un lato portatori di quel clima e dall’altro, attraverso quell’humus, portatotori in chiave ora esplicita ed ora metaforica – di vicende attuali le quali in questo scambio temporale instaurano un processo significativo che va, a mio avviso, valutato nella sua portata dialettica. Infatti
i trascrittori dell’opera di Armmdo De Stefano che hanno attuato una mera lettura formale – l’impostazione appunto formale e coloristica del dipinto – sono usciti, a mio avviso, fiuori strada e hanno interpretato i dipinti nella maniera più banale ovverossia hanno posto in evidenza unicamente ciò che l’autore dava come scontato: un volto realisticamente espresso nel suo valore espressivo o peggio ancora il valore della composizione macroscopicamente offrentesi, senza intuire al di là della mera rappresentazione esplicita l’emblematico quale componente essenziale che traspare nella atemporalità del dipinto quale sottofondo indispensabile per sviscerare i contenuti che vi si sottendono. Contenuti che nella traslazione di tempo evidente nell’atmosferismo dei dipinti si prospettano chiaramente se si osservano in chiave dialettica. Una dialettica che pone nello scambio delle vicende rappresentate in evidenza la ineluttabilità dell’accadimento quale situazione che si integra alla realtà storica già data e in questa reversibilità dell’ieri con l’oggi la poetica di De Stefano ha trovato la sua oggettiva resa espressiva. Sempre alla odieria Europa il pubblico napoletano ha avuto modo di ammirare una rassegna di scultura nazionale dal suggestivo titolo «Come comprendere la scultura» che è stata nel suo assunto critico una indagine metodologica di intendere la scultura nei suoi aspetti poliedrici.

Infatti alla mostra erano rappresentati, sia pur in veste di campione (il numero limitato appunto delle presenze) i vari modi di far scultura contemporanea da quello delle strutture primarie (Batisani) a quello di una rappresentazione fantastica astratta della forma (Borrelli); la figurazione esasperata contenutistica di Bodini, Jandolo, Vangi la plastica autenticamente provocatoria di Di Fiore e Rimandi, la surreale tecnologia di Trubbiani e Pirozzi e la neo naturalistica di Servino. Ci piace qui riportare l’acrostico che è posto quale introduzione
al catalogo e che ci sembra indicativo del fine della rassegna che è appunto da considerarsi la più interessante che si sia avuto in questa stagione: Come presenza oggettiva / Ombra di una realtà nuova / Miraggio di qualcosa in re / Embrione dell’evento narrabile / Cosa tra le cose I Objet pas une modèle / Massa vivente / Plastica situazionale / Reminiscenza del possibile / Enigma del narrato / Nascita de la vèrité interieure / Dominio della materia / Esuberanza del profondo sentire / Ridondanza del già vivente / Ennoblissement / Lumier del non conosciuto / Angoscia praticabile / Senso in sensatezza del possibile / Come presenza tridimensionale / Unità dell’armonia delle forme / Linearità del contenuto espresso / Testimonianza de la recherche de l’invisible / Un objet qui arrive à déchiffrer la realité sous les appairences I Realité et reve I Accorde entre sa naissance et csa morte. / Questi vein;i
liberi dalla cui iniziale maiuscola viene a comporsi la frase Come comprendere la scultura, sono posti per prospettare in sintesi i vari intenti che sono alla base della scultura e come essi vadano compresi in quella disamina cui sopra abbiamo accennato aperta, aliena da qualsivoglia limitazione interpretativa o di corrente. La singola operazione degli scultori partecipanti è messa in evidenza seconda la poetica di ognuno dalla seconda parte dell’acrostico:
Brevetto del non esistente
Ordine della struttura assoggettata
Ragione del reticolo
Ragione del curvilineo
Elementi interagenti
Linearìtà del vuoto sul pieno
Linéaire l’.esprit d’entreprise
Illimitata presenza dell’azione nel’la configurazione
Ciro Ruyu,
in Le Arti, luglio/agosto 1972, anno XXII, n. 7/8

Dodici scultori italiani di oggi

[…] Scultore di notevole personalità è Antonio Borrelli, il quale riesce ad evitare che l’operazione di scultura rimanga sorpassata dalla dinamica storica e raggiunge una osmosi tra l’uomo e l’oggetto, senza asservire l’opera totalmente ai consumi. Borrelli eleva un inno alla macchina: ma nella esaltazione c’è l’implicito riconoscimento della necessità di una posizione autonoma dell’individuo. […]
Gino Grassi,
in Roma, 14/03/1972

Una osmosi tra l’uomo e l’oggetto

[…] Sculture di notevole personalità è Antonio Borrelli il quale riesce ad evitare che l’operazione di scultura rimanga sorpassata dalla dinamica storica e raggiunge una osmosi tra l’uomo e l’oggetto, senza servire l’opera totalmente sud. Borrelli eleva un inno alla macchina: ma nella esaltazione c’è l’implicito riconoscimento della necessità di una posizione autonoma dell’individuo. […].

Gino Grassi,
‘Dodici scultori italiani di oggi’, “Roma”, Napoli 14 marzo 1972

Dalla crisi al Magistero

[…] Antonio Borrelli, decisamente proiettato su una concezione spaziale, trova in essa la sua poetica sensibilistica. Attraverso un modulo di ricerca, perviene ad una dinamica fantastica di motivazione decorativa, fino a nobilizzare la materia scabra e renderla preziosa nella sua complessa armonia. Interesanti i due motivi a forza slittante in elevazione e quello a forma sferica a dilatazione a raggiera. Coerente la testimonianza grafica-laminata. […]
Salvatore Di Bartolomeo,
in Napoli Notte, 11/03/1972

Proiettato su una concezione spaziale

[…] Antonio Borrelli, decisamente proiettato su una concezione spaziale, trova in essa la sua poetica sensibilistica. Attraverso un modulo di ricerca, perviene ad una dinamica fantastica di motivazione decorativa: ne controllail ritmo progressivo e gli equilibri dimensionali fino a nobilizzare la ,ateria scabra e renderla preziosa nella sua complessa armonia.
Interessanti i due motivi a forza slittante in elevazione e quello a forma sferica a dilatazione a raggiera. Coerente la testimonianza grafica-laminata […].

Salvatore Di Bartolomeo,
‘Dalla crisi al magistero’, “Napoli Notte”, Napoli 10 marzo 1972

Una realtà di tipo fantastico

[…] Antonio Borrelli veicolando gli strumenti per una resa più strutturale-fantastica che umana ci offre composizioni in ferro saldato veramente efficaci. Le sue forme crescono quasi su se stesse nel senso che non riferentisi a qualche cosa di esistente in natura, si propongono come immagini nuove a cui lo spettatore potrà attribuire analogie con forme esistenti. Quindi la realtà di Borrelli è di tipo fantastico nel senso che essa nasce da un mondo essenzialmente intimista e per la cui resa non poco contribuisce il mezzo: le saldature ferrose che per un loro precipuo potere significante conferiscono a queste forme plastiche aspetti suggestivi e quasi surrealisteggianti […].
Ciro Ruju,
‘Possibile ipotesi per una storia 1950-1970 dell’Avanguardia Artistica Napoletana’, E.D.A.R.T., Napoli-Milano 1972

Secondo Premio Internazionale di Pittura e Grafica ‘Brunellesco’

Secondo Premio Internazionale di Pittura e Grafica “Brunellesco”
GIUGNO-LUGLIO-AGOSTO 1971 – FIRENZE

VERBALE DELLA GIURIA
Il giorno 21 giugno 1971 alle ore 10 si è riunita la Commissione iudicatrice del 2° Premio Internazionale di Pittura e Grafica “Brunellesco “. Dopo attento esame delle 1012 opere presentate si procede ad ulteriori valutazioni, distintamente per Pittura e Grafica.
Sono ammessi per la sezione di grafica 147 concorrenti fra i quali viene formata una rosa di 30 artisti particolarmente
validi, giungendo infine alla assegnazione dei premi in palio come segue :

1° Premio
Trofeo con targa d’oro e mostra gratuita ad
Antonio Borrelli di Napoli.

[…] Nel nuovo oggetto proposto da Borrelli fermenta un senso, non riscontrabile nell’oggetto seriale, dell’individualità, inteso come doppia tensione che da una parte si pone come estroversione verso la realtà e dall’altra come ripiegamento del soggetto-oggetto dentro di sé.
È questo doppio movimento, che ha acquistato l’oggetto estetico, a denotare la mediazione tra l’individuo e la civiltà tecnologica.
Achille Bonito Oliva

Recupero del Reale

Galleria d’Arte “DUCCIO”
MARZO 1970 – NAPOLI

Antonio Borrelli, in una ricerca costante sui materiali tecnologici, arriva a delle composizioni plastico-ritmate di intenso accumulo struttivo e spazio-ambientale.

 

Ritratto della città di Napoli in Bolaffi Arte

Fossi un agente del fisco (ma non mi piacerebbe esserlo per ipotesi), mi applicherei a leggere la cronaca dei giornali napoletani in periodo estivo: fossi un critico d’arte (professione, suppongo, alquanto ingrata a esercitarla qui). mi divertirei a sfogliare i quotidiani locali nei musei di luglio e agosto. Che sono – in ossequio alla voga, o alla suggestione, e soggestione, del più o meno presunto benessere – i mesi del grande esodo; e sono quelli, anche, che più danno lavoro agli specialisti di furti in appartamenti vuoti, debitamente registrati dal paziente cronista della nera in attesa del suo turno di ferie. E così, indirettamente, si ha modo di scoprire che anche in questa imprevedibile città, per tanti aspetti sorda o meglio indifferente a certi fermenti, prospera in sotterranee e curiose forme il collezionismo d’arte.
E tuttavia, confessiamolo, a leggere i nomi degli autori delle tele trafugate a Napoli nell’assenza dei proprietari, c’è da sentirsi un po’ immalinconiti: perché la prima e la più ovvia considerazione che ne scaturisce, scorrendone la lista, è questa: che il napoletano, quanto a gusto artistico, è ancora solidamente abbarbicato a certe scuole e tendenze, e insomma ad una tradizione pittorica che non è più, oggi, o non è soltanto datata e superata, ma è addirittura, altrove, scomparsa, e vive solo in taluni sbocchi di facile e consapevole commercialità senza più interessare il mercato d’arte vero e proprio.
Per un Crisconìo, o più indietro, un Toma o un piccolo Palizzi o un acquerello di Gigante, di cui si legge che sono stati asportati nottetempo, quanti lrolli e de Corsi e Passero e La Bella, quanti, ancor meno conosciuti, numerosi epigoni del tramontato vedutismo locale.
Si leggono quei nomi, e si pensa per naturale associazione a vecchi saloni dorati incappucciati nelle federe bianche, dai pesanti lampassi sulle rorte a covare una penombra già di per sé invadente, dai cupi parati damascati, dai mastodontici lampadari illuminati appena in rare occasioni, e magari, nella realtà, questi quadri sono stati invece staccati dalle pareti neutre e “lavabili” di moderni funzionali appartamenti nei fabbricati ”per civili abitazioni” sorti a macchia d’olio, come giganteschi alvei, sulla collina di Posillipo o del Vomero.
Così, scomparsi i grossi collezionisti d’una volta, quelli che hanno legato, con le donazioni, i loro nomi a intere sale dei musei, e a parte qualche collezionista “segreto” (la splendida raccolta dei pillori del ‘600 e ‘700 in un appartamento alle spalle del parco Bivona, che presenta pareli gremite delle tele di Salvator Rosa e Luca Giordano, Micco Spadara e Solimena, Recco Ruoppolo Traversi e altri autori napoletani oltre alcuni veneti e dei preziosissimi olandesi). Il collezionismo, qui, meglio vive in certe sue curiose e solo all’apparenza minori manifestazioni d’arte: come i netzuké cinesi (stranieri e italiani) e le cui opere sono disseminate nei principali musei d’Europa e d’America, accoglie come la maggior ricompensa al suo lavoro la lode d’un collega come Ricci. O forse questo accade solo a Napoli? Certo, qui l’isolamento si sconta duramente, ma il rapporto umano vale ancora qualcosa, per fortuna. La scultrice Tullia Matania, se prepara una mostra o quando sperimenta nuove tecniche, chiama innanzitutto gli amici, per sentirsi approvare o disapprovare. Il suo studio è un poco un porto di mare, sempre ci trovi qualcuno di passaggio: o i giovani assistenti del marito, l’architetto Lello Salvatori, o padre Mario Casolaro che tutti conoscono come agguerritissimo critico cinematografico e gli happy few cominciano a conoscere come pittore di sognanti paesaggi o ancora Mario Pomilio (ch’è vicino di casa, d’altronde), con qualche altro amico scrittore.
E un altro porto di mare è lo studio di Giovanni Thermes e Marella Micheli Thermes su a via Manzoni (un’altra coppia di coniugi pittori). Nel loro studio trovi sempre un amico o una nuova conoscenza, e ti capita spesso d’incontrarci Mimmo Jodice, ormai inserito di diritto nella sparuta pattuglia dei fotografi-artisti che hanno qualcosa da dire, o il critico Antonio Palermo o Luisa Alberti Bosso o
l’ingegnere Mario Maresca presidente della sezione sorrentina di Italia Nostra. Si beve vino sardo, e i discorsi sono i più vari pur se, anche qui, ma è inevitabile, si discute sempre a un certo punto della solitudine cui è costretto un artista a Napoli. E se Thermes, a
riprova, può allegare la sua collaborazione di copertinista dei Penguin’s Books inglesi («quale editore mi ha mai chiamato a disegnare la copertina d’un libro italiano?»), noi potremmo ribattergli una controprova ancora più sconcertante e paradossale. Che a duecento metri dalla sua casa, in uno dei pochi vecchi intatti “casali” di via Manzoni, ha lo studio Elio Waschimps, e ancora, nonostante i numerosi amici comuni, i due artisti non si conoscono!
Elio Waschimps è d’una decina d’anni più giovane di Thermes. I suoi quadri, svolti tutti per cicli – il ciclo dell’uomo che si spoglia, o di Marat pugnalato nel bagno o di Mida e della contaminazione della natura – ci pongono di fronte a una piltura colta, filtrata attraverso
una macerazione interiore.
Waschimps insegna all’Istituto d’Arte, dove insegnano anche, fra gli altri, gli incisori Scarpati e Starita (fra i più notevoli di quelli neofigurativi), e Ruotolo, de Falco, Morelli, Cajati, e gli scultori Pezzato e Antonio Borrelli e Carmine Servino. Ed è forse quest’irruzione d’insegnanti giovani a dare meglio il senso di quell’innovamento che da qualche tempo circola qui nel mondo delle arti figurative: cosi come all’Accademia, da pochi mesi affidata alla direzione di Franco Mancini, già si respira un’aria più vivace.
Nei corridoi del vecchio istituto che Enrico Alvino ricavò dal monastero di San Giovanni delle Monache, nel grande cortile dove salgono verso il cielo i rami d’una magnolia centenaria e quelli, più antichi e sottilmente aerei, d’un albero di canfora, s’incontrano
insegnanti e allievi a discutere di problemi sindacali o d’arte con un fervore quasi nuovo. E puoi veder passare de Stefano e Spinosa, che hanno qui il loro studio oltre che calledra, cosi come ha studio e cattedra Augusto Perez, che fra gli scultori napoletani sembra prendere, per importanza e notorietà anche fuori d’Italia, il posto del vecchio Tizzano ormai a riposo nel suo eremo in collina (giunto ancora giovane ad una felice maturità) Perez fa un libero personale uso dei mezzi tradizionali sconvolgendoli per costruire figure immerse nello spazio e quasi creando nuovi spazi con esiti di raffinata suggestione: ma accanto a Perez metteremmo anche il più giovane Salvatore Cotugno, suo assistente, o soprattutto Raffaele Jandolo, i cui gladiatori e astronauti hanno una forza e una libertà che ricordano certi gloriosi classici, con un di più di lacerante e drammatica modernità). E puoi veder passare i più giovani Pone, Ruju, Lezoche, e Siciliano e d’ Auria e Siano e Risi, esponenti di quella neofigurazione che forse qui più che altrove trova la sua naturale sede, e nella quale le coppie moraviane di Oscar Pelosi portano un elemento di più letteraria e cruda evocazione.
Sì, a trascorrere una mattina in Accademia s’incontrano quasi tutti, giovani e meno giovani, gli artisti che lavorano a Napoli: legati fra di loro da amicizie interessi o anche rivalità e assetati dal bisogno di rompere un cerchio d’isolamento che diventa spesso soffocante:
cosi che basta un niente – anche la visita innocente di qualche inviato che viene a documentarsi per un articolo o un servizio fotografico inevitabilmente riassuntivi e lacunosi – a svegliare critiche, risentimenti, equivoci o speranze.
Perché siamo a Napoli, una città che si fa amare e in pari tempo respingere, e sollecita sempre, con le corde del sentimento, quelle della polemica, e verso la quale, in ogni caso, l’unico atteggiamento equivoco o retorico resta l’indulgenza, la mancanza di severità: qui, letteratura e arte e cultura s’incontrano in un giuoco d’interferenze ma senza fusioni, ciascuno resta alla propria solitudine di lavoratore che, soprattutto, deve vincere il controsenso di un ambiente il quale o crede soltanto alla poesia di un Leopardi, alla pittura di un Rosa, alla cultura di un Vico, o concede largo credito a spettacolosi mistificatori, e non dà cittadinanza agli operai indispensabili alla costruzione e all’immagine di una civiltà dello spirito.
Vengono a mente i versi di Raffaele Viviani citati da Brancaccio: è una diagnosi valida ancora oggi? Ahimè, temiamo proprio di si.
Michele Prisco

Figurazioni fitte di episodi plastici

Le ricerche spazio-strutturali di Antonio Borrelli approdano con inaspettata evidenza al mondo delle immagini totemiche orientali; e non a caso, del resto, poiché l’artista è vissuto per un certo tempo in Cina. Le sue figurazioni, fitte di episodi plastici: sporgenze, buchi, segni e linee radiali, che si dipartono dal centro dell’immagine spingendosi vigorosamente verso l’esterno come spinti da una energica
forza esplosiva, mantengono, tuttavia, pur nella loro molteplicità di episodi particolari, una assoluta essenzialità e unità volumetrica. Difficile tradurre nel segno grafico, per sua stessa natura astratto e sintetico, una immagine che si caratterizza e si concreta nella piena sfericità nella continuità nello spazio e negli innumerevoli aspetti visuali delle sue strutture. Per lo scultore il disegno, in genere,
rimane uno strumento sussidiario nel processo creativo; e ha la funzione di registrare le successive fasi attraverso le quali quel medesimo processo approda alla definizione dell’immagine. Borrelli, con queste sue curiose ‘tavole’ argentate – che hanno qualcosa di ‘remoto’ e di misterioso e che ricordano i segni magici che ornano certi codici delle antiche religioni dell’Oriente – mi pare sia riuscito a
realizzare, con un segno libero e autonomo, una serie di immagini che si collegano e si inseriscono con naturalezza nel contesto della sua opera di scultore, senza esserne la letterale traduzione. Il fascino di queste ‘tavole’ del Borrelli risiede anche nel modo come oggetti ed elementi tratti dalla realtà comune, quotidiana: pezzi di motori e di altre macchine utensili, forme del mondo vegetale ed antropomorfe, riescono ad amalgamarsi ed a fondersi, dando vita ad un ‘evento’ che è, ad un tempo, fantastico, anzi fantascientifico, e umilmente umano.
Paolo Ricci,
in ‘Secondo Premio Internazionale di pittura e grafica Brunellesco’, catalogo della mostra, Firenze 1971

Traguardi dell’Arte – 1970

Antonio Borrelli, nato a Napoli nel 1928.
Dopo un periodo di attività in Cina – Hong Kong – si è stabilito in Italia. Insegna all’Istituto d’Arte, vive e lavora a Napoli in Via della Solitaria.
Partecipa attivamente alle più Importanti Mostre Nazionali e tra quelle degli
ultimi anni citiamo:
1960 Firenze – Mostra Mercato
1962 Internazionale di Scultura • Città di Carrara •
1963-65 Gubbio – Biennale d’Arte del Metallo
1963 Napoli – Mostra Nazionale Premio Porto di Napoli
1964 Roma – Personale di disegni – Galleria Terzo Mondo
1964 Arezzo – Mostra delle Medaglie Contemporanee
1965 Padova – Biennale Internazionale del Bronzetto
1965-66 Napoli – 3ª e 4ª Rassegna Napoli-Campania
1965 Roma – IX Quadriennale d’Arte
1966 Napoli – Rassegna documenti • Proposta 66 •
1966 Mantova – Premio Suzzara
1967 Gubbio – IV Biennale d’Arte del Metallo
1967 Napoli – 13 pittori + 7 scultori – Galleria S. Carlo
1967 Carrara – V Biennale Internazionale di Scultura
1967 S. G. Cremano – Arte Grafica Napoli Oggi
1968 Capua – Arte in Campania – Ricognizione 68
1968 Napoli – 3ª Rassegna d’Arte del Mezzogiorno – Palazzo Reale
1968 Legnano – IV Mostra Internazionale di Scultura all”Aperto – Fond.Pagani 1968 Torino – 126ª Esposizione Quadriennale Nazionale Arti Figurative
1968 Suzzara – XXI Mostra Nazionale Premio Suzzara
1969 Bologna – Proposta per una Manifestazione Incontro Esposizione Museo Civico
1969 Napoli – “Rapporto 1” dal Sud • Club d’Arte – • L’Incontro •.
Hanno scritto di lui:
Di Genova, Bonito Oliva – C. Barbieri – D. Micacchi – C. Ruju – D. Morosini – F. Menna – A. Del Guercio – P. Ricci – M. Valsecchi.

NOTE CRITICHE
“… Borrelli è presente con una delle sue strutture continue in metallo che rivelano una sensibilità attenta e una rimarchevole intelligenza critica …”. (Filiberto Menna)
“… Borrelli con pazienti saldature di lastre, lamelle e tondini rende un omaggio fantastico a macchine e motori…”. (Mario Valsecchi)
“… Su un piano diverso opera Antonio Borrelli, le cui ricerche spazio-strutturali approdano con inaspettata evidenza al mondo delle immagini totemiche orientali; e non a caso, del resto, poiché il Borrelli è vissuto per un certo tempo in Cina …”. (Paolo Ricci)
“… L’artista ha una visione animistica delle cose, poiché propone degli oggetti, che oltre la compattezza al suolo, dovuta ad un loro peso materiale, hanno un loro pneuma all’interno. Nel nuovo oggetto così proposto da Borrelli fermenta un senso, non riscontrabile
nell’oggetto seriale, della individualità, inteso come doppia tensione che da una parte si pone come estroversione verso la realtà e dall’altra come ripiegamento del soggetto-oggetto dentro di sè. E’ questo doppio movimento, che ha acquistato l’oggetto estetico, a denotare la mediazione tra l’individuo e la civiltà tecnologica”.
Achille Bonito Oliva

Possibile ipotesi per una storia dell’avanguardia artistica napoletana

1950-1970 […] E la scultura napoletana riflette appunto questo stato di fatto che, sia pur più evidente nelle opere di un recente passato dove analogie erano ben visibili, trova ancora riscontro in queste in cui però la vitalità delle forme sciolte dai precedenti legami per una metodologica ricerca stilistica (Borrelli) è più evidentemente legata allo stato significante della rappresentazione umano-sociale… ad un piano poetico altamente qualitativo.
Ma l’equivoco a cui sono assoggettate le opere a nostro avviso è proprio in questa resa ambigua cioè non è chiaro se l ‘artista vogl ia in toto evidenziare la pura semanticità della materia scelta (plastica e indumenti disusati su tavole grezze) e in tal caso i riferimenti alla figura umana appaiono altamente fortuiti o invece tramite essi voglia evidenziare la metamorfosi umana con un intento appunto di dissacrazione e in tal caso crediamo che si attui in pieno proprio per il
contrasto evidente (e quindi di risalto per gli involucri di materia) tra la struttura sfondo di sapore classicheggiante e il concretizzarsi formale della materia allusivo-simbolica.
Ciro Ruju

Quinta Rassegna d’Arte del Mezzogiorno d’Italia

V RASSEGNA D’ARTE DEL MEZZOGIORNO
8 GENNAIO – 11 FEBBRAIO 1970 – NAPOLI

Commissione Inviti
Presidente
On. Francesco Napolitino
presidente della Rassegna

Componenti
Alberto Boatto, critico d’arte

Raffaele de Grada, critico d’arte

Filiberto Menna, critico d’arte

Paolo Ricci, critico d’arte

Nicola Spinosa, ispettore della Soprintendenza alle Gallerie della Campania

Lea Vergine, critica d’arte

Segretaria
Attilia Polito, segretaria generale della Rassegna.

Ufficio Stampa
Mario Menichini

Quadriennale Nazionale di Torino – 1968

126a Esposizione Arti FIgurative Quadriennale Nazionale di Torino

Promotrice delle Belle Arti al Valentino, dal 5 al 30 ottobre 1968

Trofeo (Struttura Spaziale), 1967-68, ferro cadmiato saldato, collezione privata, Napoli

 

Arte in Campania – ricognizione ’68 – Capua 1968

Mostra e testi a cura di Achille Bonito Oliva

UNA SCULTURA RESISTENTE

L’artista organizza attraverso un proprio comportamento estetico sempre una resistenza alla realtà che lo circonda, proponendone un aggiustamento a livello delle forme. Una realtà, quella presente, che è connotata da una produzione sempre più seriale, che ha comportato per gli oggetti prodotti sempre un alleggerimento, consistente in una loro diminuzione di volume, per facilitarne il commercio. Antonio Borrelli capovolge assolutamente il rapporto e resiste imponendo delle sculture, le quali stabiliscono col suolo occupato un rapporto di compattezza. Infatti esse si presentano con un loro preciso volume e peso, dato anche dai materiali di composizione: ferro ed altri minerali. Attraverso questi egli cerca di creare il massimo dell’ingombro inglobando dentro l’oggetto estetico dello spazio reale. Il tutto viene incernierato con bulloni ed altri accorgimenti meccanici, in modo da creare un oggetto finito, quasi impossibilitato a creare un rapporto interformale con gli altri oggetti del mondo.

Qui si configura appunto la resistenza di Borrelli il quale volutamente crea degli oggetti indisponibili, sia a livello della forma chiusa e quasi circolare, e sia per la rigidezza in cui si presentano che non permette alcuna intercambiabilità con gli oggetti dello odierno panorama della produzione. La contrapposizione è quindi netta e anche evidenziata dal fatto che l’oggetto estetico in questo caso ostenta un proprio spazio interiore, oltre la sistemazione “esterna” che per prima colpisce l’occhio dello spettatore. La forma ha dunque una doppia polarità, assolutamente inscindibile, dettata dall’esistenza di un interno e di un esterno estetico. Gli elementi che si presentano verso l’esterno sono spaziati in maniera da restituire lo spazio interno della scultura al punto che è possibile perforarla con lo sguardo fino all’altro lato.
Nel nuovo oggetto così proposto da Borrelli fermenta un senso, non riscontrabile nell’oggetto seriale, dell’individualità, inteso come doppia tensione che da una parte si pone come estroversione verso la realtà e dall’altra come ripiegamento del soggetto-oggetto dentro di sé. (A. B. Oliva)

Ipotesi spaziale, 1967-68, ferro saldato cadmiato, cm 71x63x27, proprietà dell’artista, Ischia

Sculture a Napoli in Le Arti

Poco meno di un anno fa il Palazzo Reale di Napoli ospitò una «Rassegna d’arte del Mezzogiorno» riservata alla pittura. La nuova rassegna, testé inaugurata, è dedicata alla scultura. L’iniziativa è stata presa dall’onorevole Francesco Napolitano e vi concorre con impegno il soprintendente Raffaello Causa. Come dice il titolo, vi espongogono
gli artisti meridionali rimasti in patria o emigrati verso altri centri. Napoli, insomma, vuole riprendere i suoi compiti anche verso la cultura contemporanea e se gli artisti locali hanno avuto ragione di lamentarsi per l’indifferenza o peggio nei loro riguardi, ora hanno trovato chi intende assumere impegni e responsabilità anche nei loro
confronti. Per dire in breve la misura di questo impegno, la commissione per gli inviti della presente mostra era presieduta da Cesare Brandi.
Certo non basteranno un paio di mostre per rompere un cerchio di apatia. Tra gli artisti sono avvenute defezioni, senza badare che gli assenti hanno sempre torco. Si aspettano polemiche. Però il clima culturale napoletano, immobilizzato da eccessivi conformismi di tradizione, ha bisogno di questi scossoni; e se qualcuno dirà che l’arte contemporanea è spaesata a Napoli, senza profonde radici, vorrà dire che c’è ancora chi resta legato a un vecchio cliché di una città ferma al suo folclorismo, a cerci suoi radicati motivi di vita provinciale e popolaresca, rifiutandosi di tener conto di una realtà che ha visto,
e vede, Napoli impegnata anche nei confronti di una cultura avanzata a livelli d’Europa. Dico vede, proprio per non far torco a quegli artisti, che uscendo verso il mondo, appaiono tra gli uomini di punta di una cultura sempre in evoluzione, e a quegli altri artisti che, rimasti nelle loro sedi, conducono un più difficile rinnovamento o quanto meno una colleganza con le idee e le esperienze vissute anche in altre città.
L’attuale rassegna di scultura allinea venticinque artisti, da Mastroianni che vive a Torino, a Cappello e Andrea Cascella che vivono a Milano, a Calò, Franchina, Consagra e Pietro Cascella che vivono a Roma, fino ai più giovani, rimasti in sito o andati fuori. La mostra offre quindi una larga indicazione di quanto gli artisti meridionali hanno raggiunto negli ultimi anni. Manca qualcuno, Mazzullo per esempio, o Carrino, e purtroppo Greco, che pure all’Accademia di Napoli ha insegnato per un quindicennio.
Fatto un primo giro della mostra, si può notare che gli avvenimenti più grossi e singolari dell’arte cli questi ultimi decenni vi sono rappresentati, spesso ai maggiori livelli, non escluse quelle tendenze al gioco e all’antiarte, che si possono reggere solo se l’artista
è di grande taglia, come Fontana per esempio. Gli artisti anziani, certo, vi compaiono con profili più precisi ed esperienze più definite, in conseguenza della loro più lunga carriera e di una selezione avvenuta con gli anoi. Presso di loro anche l’uso dei materiali eterogenei riesce a trovare un equilibrio con l’idea, e con l’immagine. I giovani, come è giusto, azzardano di più e questo azzardo li pone in situazioni più precarie; e se alla fine sarà sempre la maturità e la compiutezza qualificativa a decidere del valore delle opere, non si trascuri l’importanza di questo sforzo cli ricerca in direzioni inconsuete.
Inizia la mostra Mastroianni col suo aggressivo e suggestivo barocco barbarico, a cui fa seguito Franchina con le sculture in ferro anelanti a una vita fantastica. Aldo Calò presenta invece alcune «lastre squarciate», simbolo di una violenza che travolge, da cui trasse il motivo per il monumento alla Resistenza di Cuneo. Una figura geometrica sollevata a valori espressivi di un dinamismo
ideale è quella di Cappello; Consagra presenta tre suoi bronzi frontali, con rilievi e cavità di un preciso disegno allegorico, e i due Cascella hanno portato i loro famosi «incastri» o la volumetria sferica eseguiti in una linea di ricerca che fu già di Brancusi. E’ presente anche Giovanni Tizzano, un nome assai in vista tra le due guerre, ma ora invischiato in un tradizionalismo che non si può più rinsanguare. L’ala giovane è decisamente sperimentale e figura da sola in quanto altri scultori di ceppo figurativo si sono
astenuti con un gesto non proprio lodevole. Del Pezzo è presente con i suoi «oggetti» tendenti a una lucida evocazione in rilievo dei simboli metafisici dechirichiani; Marotta, in una stanza buia, ha allestito un «paesaggio artificiale», un prato di verro che si illumina
di vari colori; De Ruggero, con una sequenza di grandi scudi sospesi, ha tentato un «environment» bianco su bianco; Santoro ha appeso ai pannelli bianchi le sue grate di ferro; Guida, con uno sguardo rivolto a Pevsner, espone le sue variazioni geometriche sul quadrato e la circonferenza; Borrelli con pazienti saldature di lastre, lamelle e tondini (ricordo dello Jugosla vo Dzamonja) rende un omaggio fantastico a macchine e motori; Barisani dispone in uno spazio che purtroppo non si presta molto (le logge barocche di Palazzo Reale) alcuni elementi fortemente geometrizzati e fatti di plastica colorata, interpretazione sua delle «strutture primarie», ultimo lancio di Nuova York. Questo problema dello spazio non confacente non aiuta e anzi spaesa i «percorsi ritmici» di Alfano, e se gli oggetti al neon di Diodato mostrano più cruda la loro incongruità, «l’ambienre spaziale» di Pezzato, con le colonne gonfiate d’aria, resta un’esercitazione fine a se stessa.
Sullo scalone di palazzo Gianni Pisani ha innalzato il «Monumento a se stesso», ironica, e in un certo senso anche drammatica, moltiplicazione in 36 esemplari di una sua testa in plastica chiusi in bacheche trasparenti , quasi una precoce imbalsamazione. Pascalt, con effetti prevalenri di scenotenica, allinea sul pavimenro un delfino bianco e nero di legno e tela fatto a pezzi, e infine Pirozzi espone lo sfasciarne dorato dei frammenti decorativi liberty, che l’occhio ancora percepisce in molte strade di Napoli.
Mi sarebbe piaciuto parlare anche di Perez, uno dei maggiori artisti della giovane scultura italiana. I suoi «Narcisi», le teste fasciate, costituiscono un fatto di autentica poesia figurativa. Ma due ore prima dell’inaugurazione le sue sculture ‘non erano ancora pervenute’. Forse un’altra defezione? Né erano giunte quelle di Cannilla. Il «tempio» di Ceroli, una costruzione in legno che per la sua grandezza doveva alzarsi nel cortile, giaceva ammucchiata in disparte.
Marco Valsecchi

Recensione su CENTROARTE – Mensile di Arti Visive

CENTROARTE
Mensile di Arti Visive, Architettura, Grafica, Antiquariato, Design
pp. 31-33 (anno 2, n.1, gennaio 1968)
P. R. – 27 GIOVANI ARTISTI NAPOLETANI

A Napoli esiste oggo la possibilità di allestire una mostra d’arte in cui possono essere dignitosamente esemplificate tutte le principali tendenze e poetiche delle arti “visive” contemporanee.
Sottolineo la parola “visive” perché mi sembra che la novità e la positività della cosa risieda anche nel fatto che i giovani artisti e operatori di cultura napoletani hanno accolto e fatto proprio un concetto dell’arte assai più ampio e complesso di quello implicito nella tradizionale locuzione di “arte figurativa”, inserendo nel mondo della ispirazione elementi della realtà grafica e pubblicitaria e tutti quei mezzi di comunicazione di massa considerati nel passato estranei agli interessi della cultura. Questa rassegna allinea alcuni nomi rappresentativi della nuova generazione, la cui opera esemplifica. appunto. le varie ricerche plastiche (o visive) costituenti l’intero arco delle esperienze generalmente definite neo-avanguardistiche.

Una panoramica di giovani, dunque. che esprime, ci sembra, con sufficiente approssimazione i valori in campo ed è quindi utile ai fini di una prima presa di contatto con l’arte napoletana, còlta nelle sue più recenti e tipiche manifestazioni: dalla pop-art al neo-surrealismo; dalla nuova figurazione al neo-dada; dall’arte cinetica allo spazialismo. Un quadro indubbiamente interessante, nella sua varietà ed articolazione. che testimonia l’allineamento delle forze locali al livello delle correnti nazionali e internazionali, nell’impegno programmatico e ideale degli artisti che si richiamano alla corrente neo-figurativa.
Un particolare rilievo hanno, in questa collettiva, gli scultori, percentualmente assai più numerosi dei pittori. Ciò non è casuale ma riflette fedelmente una loro obbiettiva preminenza nella situazione artistica napoletana. Del resto, il rapporto tra la scultura e la pittura, a Napoli, è risultato sempre vantaggioso per la prima. Anche nei momenti più umilianti del verismo plebeo e provinciale, quando il campo delle arti era dominato dai morelliani, dai tortuniani e poi dagli altri terribili “pompiers” che si sono succeduti, nella storia, fino al Novecento, in posizione “ufficiale”, la scultura è sempre riuscita a salvarsi dal naufragio generale per merito di quegli artisti che, non avendo mai perduto di vista i bronzi ercolanensi, riuscivano a “vedere” la realtà con occhio più acuto e libero.
[…]
Su un piano diverso opera Antonio Borrelli, le cui ricerche spazio-strutturali approdano con inaspettata evidenza al mondo delle immagini totemiche orientali; e non a caso, del resto, poichè il Borrelli è vissuto per un certo tempo in Cina.
[…]

Arte Grafica Napoli Oggi

Nato a Napoli nel 1928. Dopo un periodo di attività all’Estero si è stabilito a Napoli dove vive e lavora. Partecipa attivamente alle più importanti Mostre Nazionali e tra quelle degli ultimi anni citiamo: 1960 Firenze Mostra Mercato; 1962 Carrara Internazionale di Scultura; 1963 e 1965 Gubbio Biennale d’Ar- te del Metallo; 1964 Roma Mostra Personale; 1964 Arezzo Mostra delle Medaglie Contemporanee; 1965 Padova Bien- nale Internazionale del Bronzetto; 1965 Napoli Rassegna Napoli Campania; 1965 Roma IX Quadriennale d’Arte; 1966 Suzzara XIX Premio Suzzara; 1966 Napoli Proposta ’66; 1967 Napoli 13 pittori + 7 scultori; 1967 Torre Annunziata 27 Giovani Artisti Napoletani.

disegno china e argento

AUREA 76 – Biennale dell’Arte Orafa

Biennale dell’Arte Orafa
dal 25 settembre al 11 ottobre 1976
Palazzo Strozzi, Firenze

ANTONIO BORRELLI, nato a Napoli nel 1928, dove attualmente vive e lavora dopo un periodo di attività a Hong-Kong, si è stabilito in Italia, insegna all’Istituto Superiore d’Arte di Napoli.
Le sue strutture continue in metallo rivelano una sensibilità attenta e una rimarchevole intelligenza critica, strutture che invadono lo spazio-ambiente coinvolgendo direttamente lo spettatore.
Filiberto Menna

IV Biennale d’Arte del Metallo – Città di Gubbio

dal 12 agosto al 16 settembre 1967
IV Biennale d’Arte del Metallo – XII Premio Gubbio Mastro Giorgio
Gubbio, Convento di S. Francesco

STRALCIO DEL VERBALE SEZ. ARTISTICA E ARTIGIANALE ESPOSITORI SEZ. ARTISTICA
(Omissis) … Dopo un accurato ed obbiettivo esame di tutti i lavori, la Commissione ba ritenuto di escludere, complessivamente nelle due sezioni, n. 158 elaborati. La Commissione ha rilevato con viva soddisfazione l’ampiezza e il crescente buon livello della partecipazione alla sezione «artistica». I concorrenti hanno nel complesso dimostrato una più aperta coscienza dei problemi espressivi, dell’uso di nuove tecniche e di nuovi materiali, coscienza che la Giuria ha inteso sottolineare al di là delle diverse tendenze.
(Omissis) … la Commissione auspica che per la prossima «Biennale» debbano essere sollecitati ad intervenire, magari attraverso inviti e particolari sollecitazioni, gli artigiani del metallo delle varie regioni, capaci di fornire nuovi oggetti, nuove opere a dimostrazione della loro creatività che è nota, ma non ancora espressa sufficientemente nella manifestazione di Gubbio.

Struttura, 1966, ferro saldato cadmiato, cm 40x40x40, Ente Provinciale per il Turismo, Perugia (Premio acquisto alla IV Biennale del Metallo, Gubbio 1967)

La Commissione ha deciso quindi di assegnare i premi previsti per la sezione «artistica» nel modo seguente: 1° premio di L. 800.000, messo in palio dal Ministero per il Commercio con l’estero, ali’ unanimità a VALERIANO TRUBBIANI di Macerataper il complesso delle opere, riconoscendo la intensità creativa delle sue sculture, le quali si segnalano inoltre per la notevolissima qualità della lavorazione del metallo. La Commissione ba ritenuto opportuno unire il 2° premio con il 3° suddividendoli quindi in tre premi ex aequo di L. 150.000 ciascuno che ha deciso di assegnare a: SIMON BENETTON di Treviso per il complesso delle opere; ALFONSO LEONI di Faenza per il complesso delle opere ; LORENZO SGUANCI di Pesaro per l’opera «DUALITÀ».
Assegna quindi il 4° premio di L. 100.000 a GIORGIO BOMBA di Perugia per l’opera «OGGETTO»; il 5° premio, MEDAGLIA D’ORO DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBUCA a FUMAGALLI GENESIO di Pioltello ; il 6° premio, MEDAGLIA D’ORO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, a
IVO GIUBBILEI di Vasto; il 7° premio, MEDAGLIA D’ORO DELLA PRESIDENZA DEL SENATO DELLA REPUBBLICA a VITTORIO LUZIETTI di Senigallia; 8° premio, MEDAGLIA D’ ORO DEL MINISTRO DEL TURISMO E DELLO SPETTACOLO, a GALLI PAOLO di Perugia. Assegna inoltre dei premi non destinati a specifica sezione, la medaglia d’oro della Camera di Commercio di Roma a MATTIACCI ELISEO di Roma; il premio-acquisto dell’E. P. T. di Perugia di L. 75.000 a BORRELLI ANTONIO di Napoli per l’opera e «STRUTTURA». Riconosciuta la notevole qualità delle opere presentate dallo scultore peruviano (attivo a Roma) JOAQUIN ROCA-REY, vista l’impossibilità di considerarle per I’assegnazione dei premi generali giacchè il regolamento della IV Biennale del Metallo prevede soltanto una sezione dedicata ad «opere di artisti italiani» , propone di assegnargli una medaglia d’oro della Città di Gubbio.

V Biennale Internazionale di Scultura Città di Carrara

Luglio-agosto 1967
Catalogo a cura di Mario De Micheli

Antonio Borelli è nato a Napoli nel 1928 ed ha compiuto i corsi superiori ed il Magistero presso l’Istituto Statale d’Arte di Napoli. Nel 1955, su invito della Zung Fu Co, è stato assunto come disegnatore presso la centrale di Hong Kong. Nel 1956 è nominato direttore della Orion Co. Ha avuto contatti con artisti e uomini di cultura dell’Estremo Oriente. Nel 1957 è tornato in Italia dove vive e lavora. Dal 1959 insegna nel laboratorio arte dei metalli dell’Istituto Statale d’Arte di Napoli. Ha esposto alle seguenti mostre: Biennale di scultura Città di Carrara, 1962; Biennale d’Arte del Metallo, Gubbio, 1961 -62-63; Mostra Premio Porto di Napoli, 1963; Libreria Terzo Modo, Roma, 1964; Mostra della Medaglia contemporanea, Arezzo, 1964; Biennale del Bronzetto, Padova, 1965; I e Il Rassegna Napoli Campania, 1965-66; Quadriennale d’Arte, Roma, 1965; Rassegna Documento Proposta 66, Nopili, 1966; Premio Suzzara, Suzzara (Mantova). 1966; 13 pittori + 7 scultori, Galleria S. Carlo, Napoli, 1967; I Rassegna Artisti Napoletani, Mostra d’Oltremare,
Napoli, 1967.

Cinque opere esposte, tratte dal ciclo “Strutture e Ipotesi Spaziali”.

20 Pittori e 7 Scultori – 27 Giovani Artisti Napoletani

Ventisette Giovani Artisti Napoletani in mostra al Salone delle Terme Vesuviane, Lido Azzurro di Torre Annunziata (Napoli), dal 22 luglio al 10 agosto 1967.

Antonio Borrelli
Su un piano diverso opera Antonio Borrelli, le cui ricer che spazio-strutturali approdano con inaspettata evidenza al mondo delle immagini totemiche orientali; e non a caso, del resto, poiché il Borrelli è vissuto per un certo tempo in Cina.

(Dal Catalogo della Mostra, a cura di Paolo Ricci)

Esposizione di pittori e scultori alla Galleria San Carlo

Tredici pittori più sette scultori espongono in questi giorni alla Galleria d’arte “San Carlo” in occasione della presentazione del volume di Ciro Ruju «La nuova figurazione e sue realtà». L’impostazione della mostra riflette in qualche misura una interpretazione larga del termine «nuova figurazione» (la stessa che Ruju propone nella sua raccolta di saggi), nel senso che in questa tendenza vengone comprese le declinazioni neofigurative di ascendenza grosso modo surrealista insieme a quelle che si ispirano più direttamente al mondo delle immagini della odierna cultura di massa. Per la verità l’impianto compositivo della maggior parte degli artisti (anche di quelli che tendono ad una resa più oggettiva delle immagini) risente di moduli di derivazione surrealista sia nell’implanto spaziale che nello spizzamento operato nei confronti dell’immagine. l risultatl di conseguenza si dislocano lungo una linea che muove da un puro riporto figurativo (Parisi) per giungere alla frammentazione delle immagini compiuta da Drago nel suo complesso e convincente «In ricerca di Napoleone».
Nell’insieme però si può parlare di una mostra di notevole interesse sopratutto se si tiene conto che essa viene posta in un ambiente come il nostro in cui le nuove tendenze artistiche trovano ancora parecchi ostacoli e difficoltà presso il pubblico vasto dei collezionisti e degli amatori. Del resto sono presenti in questa esposizione artisti come Biasi, che ha un’opera ricca di inquietudine e di veleni corrosivi, di Fergola con una delle sue figure enigmatiche, Trubbiani con una delle sue sculture di qualche anno addietro forse più incisive e di una più mordente agressività rispetto alle opere più recenti. De Stefano (il fondo unito e freddo del suo quadro giova alla evidenza cruda delle immagini).
De Franco presenta una grossa macchina scenica in «Omaggio a Michelangelo» montata con notevole sapienza compositiva e con una impaginazione complessa che dimostrano un approfondimento da parte delI’artista dei propri temi e delle proprie possibilità linguistiche; Donzelli ha una delle sue opere più complete con «Ragazza op» in quanto è riuscito a semplificare il racconto e a bloccarlo in una definizione più controllata; Antonio Borrelli è presente con una delle sue strutture in metallo che rivelano una sensibilità attenta e una rimarchevole intelligenza critica; Rubino offre uno dei suoi montaggi pittorico-fotografici, ai quali gioverebbe forse una maggiore articolazione interna. Completano la rassegna gli scultori Cotugno, De Vincenzo, Jandolo, Pirozzi e Servino oltre che i pittori Margonari, Notari, N. Ruju e Starita.
Filiberto Menna

Una visione animistica delle cose

[…] L’artista organizza attraverso un proprio comportamento estetico sempre una resistenza alla realtà che lo circonda, proponendone un aggiustamento a livello delle forme. Una realtà, quella presente, che è connotata da una produzione sempre più seriale, che ha comportato per gli oggetti prodotti sempre un alleggerimento, consistente in una loro diminuzione di volume, per facilitarne il commercio. Antonio Borrelli capovolge assolutamente il rapporto e resiste imponendo delle sculture, le quali stabiliscono col suolo occupato un rapporto di compattezza. Infatti esse si presentano con un loro preciso volume e peso, dato anche dai materiali di composizione: ferro ed altri minerali. Attraverso questi egli cerca di creare il massimo dell’ingombro inglobando dentro l’oggetto estetico dello spazio reale. Il tutto viene incernierato con bulloni ed altri accorgimenti sempre meccanici, in modo da creare un oggetto ‘finito’, quasi impossibilitato a creare un rapporto inter-formale con gli altri oggetti del mondo. Qui si configura appunto la resistenza di Borrelli il quale volutamente crea degli oggetti indisponibili, sia a livello della forma chiusa e quasi circolare, e sia per la rigidezza in cui si presentano che non permette alcuna intercambiabilità con gli oggetti dell’odierno panorama della produzione.
La contrapposizione è quindi netta ed anche evidenziata dal fatto che l’oggetto estetico in questo caso ostenta un proprio spazio interiore, oltre la sistemazione ‘esterna’ che per prima colpisce l’occhio dello spettatore. La forma ha dunque una doppia polarità, assolutamente inscindibile, dettata dall’esistenza di un interno e di un esterno estetico. Gli elementi che si presentano verso l’esterno sono spaziati in maniera da restituire lo ‘spazio’ interno della scultura al punto che è possibile perforarla con lo sguardo fino all’altro lato.
È evidente in questo caso che l’artista ha una visione animistica delle cose, poiché propone degli oggetti, che oltre la compattezza al suolo, dovuta a un loro peso materiale, hanno un loro pneuma all’interno. Nel nuovo oggetto così proposto da Borrelli fermenta un senso, non riscontrabile nell’oggetto seriale, dell’individualità, inteso come doppia tensione che da una parte si pone come estroversione verso la realtà e dall’altra come ripiegamento del soggetto-oggetto dentro di sé. È questo doppio movimento, che ha acquistato l’oggetto estetico, a denotare la mediazione tra l’individuo e la civiltà tecnologica.

Achille Bonito Oliva,
in III Rassegna d’Arte del Mezzogiorno ‘Sculture a Palazzo Reale’, catalogo della mostra, Napoli 1967

Strutture per la sceneggiato RAI “Melissa” (1966)

Melissa (1966)
Attori: Rossano Brazzi, Turi Ferro, Aroldo Tieri
Regia: Daniele D’Anza
Prima trasmissione Rai (Secondo Canale) dal 23 novembre al 28 dicembre 1966.

Giornalista disoccupato da più di un anno, Guy Foster non immagina che le pagine di nera dei giornali londinesi si occuperanno presto proprio di lui. Quando la moglie Melissa viene trovata strangolata tra i viali di Regent’s Park, è lui infatti il primo della lista dei sospettati. La sua innocenza è tutta da provare, come il fatto che la moglie gli abbia telefonato poco prima che ne fosse scoperto il cadavere. Un secondo delitto e un tentato omicidio complicano ulteriormente le cose. Fortuna che Scotland Yard affidi l’indagine all’intraprendente e astuto ispettore Cameron… Trasmesso nel 1966 e seguito con crescente entusiasmo (oltre 15 milioni di telespettatori), Melissa rivela al pubblico italiano l’estro dello scrittore e sceneggiatore inglese Francis Durbridge, dai cui romanzi saranno tratti, tra gli anni Sessanta e Settanta, altri sceneggiati di grande successo.

Antonio Borrelli fornisce le sculture in ferro cadmiato, le quali popolano e magnificano l’arredo scenico.

La “Seconda Rassegna Napoli-Campania” del 1966

La stagione artistica napoletana si è riaperta in questi giorni con la «II Rassegna Napoli-Campania » al Padiglione Pompeiano della Villa Comunale: vi partecipano gli artisti aderenti alla Federazione Nazionale degli Artisti (C.G.I.L) – Sezione di Napoli. Si tratta quindi di una mostra sindacale con tutti i limiti di una mostra del genere a cominciare della assenza di un criterio di selezione critica. Sarebbe ingeneroso, tuttavia, affermare che manifestazioni siffatte non abbiano una loro utilità e che non rispondano a nessun impegno di ordine culturale: al contrario ogni mostra sindacaie, proprio per la larghezza delle partecipazioni, rappresenta un utile punto di riferimento sia per il critico che per il pubblico e gli stessi galleristi in quanto consente di cogliere la situazione a un livello, per così dire, primario e di veder spuntar fuori dal grigiore comune qualche nuovo temperamento. Da questo punto di vista la «sindacale» napoletana non presenta sorprese di grande rilievo, ma, a parte le conferme di artisti già noti e operanti da lungo tempo all’interno delle tendenze più vive dell’arte odierna in Italia, offre un ampio campo di osservazione sulle nuove forze artistiche napoletane e campane.
Non è facile dare un resoconto preciso della mostra in cui espongono ben ottanta artisti e tanto meno dire qualcosa di ognuno di essi: meglio accennare allora alle diverse tendenze e ai diversi problemi espressivi che emergono dalla manifestazione. Sotto questo aspetto mi pare che buona parte della mostra sia rappresentata da artisti operanti tuttora nel seno della tradizione pittorica del verismo ottocentesco da una parte e, dall’altra, di quella legata alla cultura novecentesca. Si tratta per lo più di pittori e scultori dotati di buone capacità tecniche, in grado cioè di mettere insieme una tavolozza senza sgarri, ma poco sensibili ai problemi di linguaggio affrontati dall’arte di questo dopoguerra in Italia e fuori. C’è poi un gruppo di giovani (e meno giovani) che mostra invece una volontà precisa di inserirsi in un discorso più aderente ai problemi espressivi attuali: si tratta per lo più di pittori operanti all’interno delle correnti della nuova figurazione di cui ripercorrono il cammino a partire dalle radici informali e in particolare da quelle derivanti dall’opera del pittore americano Gorky: la nuova figurazione degli artisti napoletani presenta perciò una chiara impronta organicista e in qualche caso assume più precisi riferimenti alla realtà esterna investendoli però di una carica emblematica e di suggestione magica.
Antonio Borrelli, Ciro De Falco, Crescenzo Del Vecchio, Gianni De Tara, Giuseppe Maranielio, Quintino Scolavino sono appunto alcuni degli artisti che si muovono in questa direzione con esiti diversi, probabilmente ancora problematici e discontinui, ma certamente degni di attenzione non fosse altro per il contenuto culturale che essi portano con sè.
Accanto a queste ricerche non mancano esempi di arte visuale, tra cui ricorderei la opera di Giannetto Bravi e di Luigi Pezzato, ed altri appartenenti alle correnti della figurazione oggettuale, imparentate alle tendenze pop. In questo settore meritano una particolare segnalazione le opere di Mathelda Balatresi, Vincenzo Ferrara e Clara Rezzuti.
Naturalmente sono presenti nella mostra anche alcuni artisti napoletani che hanno alle loro spalle una più lunga esperienza e che hanno già avuto più di un riconoscimento in campo nazionale: tra questi ricorderei in particolare De Vincenzo, De Stefano, Di Bello, Di Fiore, Jandolo, Lippi, Luca, Pirozzi, Pisani, Starita, Stefanucci, Waschimps.
Filiberto Menna

Iniziativa per l’India di Artisti Napoletani

Un gruppo di artisti napoletani ha deciso di organizzare, per i prossimi giorni, una mostra di pittura e scultura a beneficio totale delle popolazioni indiane minacciate dalla carestia e dalla fame.
Sinora hanno aderito all’iniziativa gli artisti: Perez, De Vincenzo, Jandolo, De Falco, Maraniello, Del Vecchio, Pirozzi, Di Ruggiero, G. Pisani, Ruotolo, Godi, Parisi, Starita, G. Borrelli, Servino, Morelli, Pezzato, Alfano, Pedicini, Toma, Gatto, Gambedotti, Vitali, Galeano, Annunziata, Antonio Borrelli, E. Pisano, Diodato, Colaianni, Pappa.
I consiglieri provinciali Daniele e D’Auria hanno presentato interrogazione al presidente dell’amminisrazione provinciale per conoscere se la giunta intende stanziare un congruo contributo per la campagna di solidarietà con l’India.

“Ipotesi” in ferro cadmiato per la IX Quadriennale

La IX Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma si terrà da ottobre 1965 a marzo 1966.
La Quadriennale nasce nel 1927 con l’idea di accentrare in Roma la migliore produzione dell’arte figurativa nazionale, lasciando alla Biennale di Venezia lo svolgimento di manifestazioni internazionali.
Per il pieno decollo dell’iniziativa, decisiva è la figura di Cipriano Efisio Oppo, artista, scrittore, deputato al Parlamento del Regno d’Italia e segretario nazionale del Sindacato delle belle arti, nonché segretario generale delle prime quattro edizioni della manifestazione romana, tenutesi al Palazzo delle Esposizioni, luogo che per ottant’anni sarà la sede degli uffici e delle mostre dell’Ente e che rimane la sede privilegiata delle mostre della Quadriennale d’Arte.

Altre informazioni, qui: http://it.wikipedia.org/wiki/IX_Quadriennale_Nazionale_d%27Arte_di_Roma

 

Antonio Borrelli crea “Ipotesi” per il Concorso

Il VI Concorso Internazionale del Bronzetto si svolgerà a Padova, nella Sala della Ragione.

COMMISSIONE ARTISTICA DEL BRONZETTO
Prof. GUIDO PEROCCO
Pitt. RENZO BIASION
Scult. QUINTO GHERMANDI
Scult. CARLO MANDELLI
Scult. MARCELLO MASCHERINI
Scult. FRITZ WOTRUBA
Segretario FULVIO PENDINI

UFFICIO STAMPA
Pitt. CORNELIA MORA TABOGA
Dott. MARIO RIZZOLI

Artisti ammessi dalla Giuria di accettazione al VI° Concorso
Internazionale del Bronzetto:
BARBIERI VIALE MICHELANGELO, BORRELLI ANTONIO, CASARI MAURIZIO, DEMEZ MARTINO, FITZGERALD JOAN, GRASSI ANDREA, GRIMALDI GIANNI, LEGNAGHI IGINO, MARSILI RITA, MOLTENI MARIO, MONDINI RAFFAELE, NEGRI NERINO, OSSI CZINER ROSETTA, PERIN PIERO, PIETROGRANDE BENEDETTO, POGGIO OSVALDO, SABBADINI SELVINO, SANDI LUIGI, SCIA VOLINO ENZO, SERVINO CARMINE, STRAZZABOSCO GIANNI, VECCHIETTI REMO, VENDITTI ANTONIO, ZOL MARIO.

Settembre-Ottobre 1965

Antonio Borrelli: medaglie d’artista ad Arezzo

La Mostra Nazionale della Medaglia Contemporanea è stata indetta ed organizzata, con l’auspicio dell’A.I.A.M., dalla UNO.A.ERRE (Oreficerie Gioiellerie) nel quadro delle manifestazioni del Premio Oreficerie Gioiellerie UNO.A.ERRE, Concorso Internazionale per la Medaglia d’Arte che si svolge ad Arezzo dal 27 Agosto al 6 Settembre sotto l’ ALTO PATRONATO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e al cui Comitato d’Onore hanno aderito le sottoindicate personalità:
S. E. Prof. Antonio SEGNI, Presidente della Repubblica
On. Dott. Cesare MERZAGORA, Presidente del Senato
On. Dott. Brunetto BUCCIARELLI DUCCI, Presidente della Camera dei Deputali
On. Prof. Aldo MORO, Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Prof. Giuseppe MEDICI, Ministro dell’Industria e Commercio
On. Prof. Luigi GUI, Ministro della Pubblica Istruzione
On. Avv. Achille CORONA, Ministro del Turismo e Spettacolo

Sia il Concorso Internazionale della Medaglia d’Arte al quale partecipano artisti delle seguenti 17 nazioni:
AUSTRALIA, BELGIO, CANADÀ, CECOSLOVACCHIA, FINLANDIA, FRANCIA, GERMANIA, GRECIA, ISRAELE, ITALIA,
JUGOSLAVIA, OLANDA, POLONIA, SPAGNA, STATI UNITI, SVEZIA, SVIZZERA.
che la Mostra Nazionale della Medaglia Contemporanea,
si svolgono nello storico Palazzo Pretorio di Arezzo.

Una medaglia del prof. Borrelli per Amedeo Maiuri

Il professore Amedeo Maiuri è stato nominato, dal ministro della Pubblica lstruzlone, Conservatore onorario degli scavi di Pompei e di Ercolano. Al Maiuri è stata inoltre offerta dalla sovraintendenza alle Antichità ed alle Belle Arti una artistica medaglia d’oro, opera dello scultore Antonio Borrelli.

Nell’immagine accanto e sotto: la medaglia offerta al professor Maiuri, diametro 90 mm., bronzo fuso.

      

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